Cambio della politica per la verità, il conflitto inaspettato, il rifiuto dell’etichetta di chi cerca consenso a tutti i costi. “Io sempre dico cose che non dovrebbero dettare scandalo, ma se le dico alle feste di un certo partito vanno bene, se le dico a quelle di un altro non vanno bene. Questo è quello che non mi convince” dice il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, titolare del fascicolo sulla trattativa Stato mafia e al centro di una polemica che non accenna ad affievolirsi. Intervistato nel corso di un dibattito sulle stragi di 20 anni fa, alla festa dell’Italia dei Valori, in corso a Vasto, il magistrato ha fatto riferimento a “polemiche che divampano attorno alla partecipazione a pubblici dibattiti e immagino che domani ci sarà il resto. L’attenzione in sé dell’opinione pubblica sulle indagini e sui dibattimenti è preziosa e necessaria. Non è un caso che una sentenza viene emessa nel nome del popolo italiano” che deve avere il modo di controllare “che il nostro lavoro sia ben fatto”.

La trattativa. Ingroia ribadisce che secondo la ricostruzione alla quale siamo arrivati fin qui “ci fu una macrotrattativa, in cui la mafia tentò di ricostruire il suo rapporto con la politica e all’interno di questa ci furono altre tre microtrattative che si conclusero nel 2004″. “La posta in gioco doveva essere molto alta. Per questo l’inchiesta ha suscitato tanto clamore” prosegue. Rispondendo ad una domanda della giornalista Claudia Fusani sulle dichiarazioni del pentito Spatuzza e all’inchiesta di Caltanissetta che, sull’omicidio di Borsellino, dovette venire riaperta, Ingroia dice: “Mi rifiuto di pensare che si sia trattato solo di un depistaggio mirato a coprire killer più importanti. E’ chiaro che ci deve essere stato qualcosa di più grande che si voleva coprire”. “Poi, se dopo aver considerato tutto questo – aggiunge Ingroia – si pensa che Borsellino è stato ucciso perché ostacolava la trattativa, forse si intravede la posta in gioco e si capiscono i tanti clamori suscitati”.

Il conflitto. Una mossa quella del Quirinale di sollevare un conflitto davanti alla Corte costituzionale inaspettata. “Assolutamente no” risponde Ingroia a chi gli chiede se era prevedibile che Napolitano si mettesse in conflitto con la procura di Palermo. “L’accertamento della verità non dipende solo da Ingroia. Se fosse dipeso da me, infatti, non avrei aspettato vent’anni e la verità l’avrei già trovata” e sulle intercettazione il magistrato esprimr chiaramente la sua opinione: “Non è previsto da nessuna parte che si debba procedere immediatamente alla distruzione delle intercettazioni irrilevanti”.

La politica. Come aveva già detto alla festa del Fattoquotidiano alla Versiliana il magistrato invoca un cambiamento della classe politica. “Abbiamo bisogno di un altro modo di fare classe dirigente e quando dicevo questo ero consapevole che il risultato delle verità dimezzate sulle stragi e il risultato di una politica di connivenza con la mafia sarà il fatto che non verrà consentito a noi magistrati di scoprire la verità. ‘Io non cerco consensi. Se li cercassi, sarebbe più facile occuparsi di coppola e lupara, piuttosto che di collusioni tra mafia e colletti bianchi. Non cerco consensi -prosegue – anche perché ho ricevuto molti più attacchi” . Rispondendo ad alcune domande Ingroia punta il dito anche contro la commissione Antimafia “di allora”. “Non posso essere indifferente come magistrato all’inerzia dell’Antimafia di allora e all’impegno dell’Antimafia di oggi, che si sta occupando, dopo 20 anni, della trattativa Stato-mafia”. Ma questo, sottolinea, “è anche frutto della richiesta dei cittadini che la commissione faccia la sua parte”.  ”Questo Paese ha avuto una classe dirigente profondamente compromessa con la criminalità” dice Ingroia che continua ad attaccare “un certo modo di fare politica” e spiega che se non cambieranno le cose “la magistratura non riuscirà ad accertare da sola la verità”

La difesa. Il magistrato si sente sotto attacco: “Nei miei confronti ci sono state polemiche ingiuste e ingenerose”. E sul presidente della Repubblica: ”Non tocca a me fare il difensore di Napolitano, che è difeso da mezzo Paese, ma quando Mancino venne intercettato non era noto che fosse indagato”. E poi il pm confessa di “essere a disagio” quando gli si pongono domande sul conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale, risponde così alla domanda se abbia fatto bene o male il Colle a rivolgersi alla Consulta per quanto riguarda le intercettazioni con Mancino. ”Non mancherò di far sentire la mia voce anche dal Guatemala”, la frase con cui si congeda dalla Festa.