Le primarie del centro sinistra si allargano ancora e nuove candidature infiammano il Partito Democratico e i suoi alleati. Detonatore è quella del consigliere regionale lombardo Pippo Civati, nell’aria da tempo ma ufficializzata solo ieri, a pochi gorni da quella di Laura Puppato (leggi la sua intervista a Il Fatto Quotidiano) che giovedì scorso ha sorpreso tutti. Salgono dunque a quattro gli insider che contendono la poltrona del segretario Bersani e altri ancora potrebbero aggiungersi nelle prossime settimane, visto che le primarie non hanno una data di celebrazione e quindi neppure una di scadenza.

Ai piani alti del Pd nessuno brinda. Meno che mai chi era riuscito a ridurre la competizione a una disputa a due tra Matteo Renzi e Pierluigi Bersani, tra il rottamatore e l’usato sicuro. Ora il partito si ritrova invece a fare i conti con una situazione sempre più intricata che rende le primarie più simili a un congresso del Pd che a una corsa per il leader della coalizione che prenderà il posto di Mario Monti. Ed è un bel problema. Se ne accorge subito Nichi Vendola che a botta calda fa sapere che la sua candidatura è ancora ufficiosa e che prenderà una decisione a fine mese. Oltre a confidare in un proscioglimento dalla vicenda giudiziaria che lo ha investito, il leader di Sel è in attesa di sapere “se si tratti di primarie di coalizione o di un congresso del Partito”.

La questione primarie dunque rischia di dilaniare ulteriormente il Pd. Lo dice chiaramente il deputato democratico Enrico Farinone buttando fuori il disagio interno: “Da quel che si è visto oggi le primarie del centrosinistra rischiano di trasformarsi in uno scontro interno al Pd incentrato sui nomi e sulle carte di identità invece che sui contenuti, sulle proposte per il Paese, che dovrebbero essere il vero tema di votazioni che si pongono l’obiettivo di individuare il candidato di una coalizione per la Presidenza del Consiglio. Se si va avanti così le primarie allontaneranno la gente invece che avvicinarla”.

Del rischio se ne rende conto perfettamente anche l’ultimo arrivato. Civati infatti la sua candidatura l’ha mossa in punta di piedi (con una mail “riservata ai collaboratoti ma aperta”) e con “riserva”. Cosa vuol dire? Che mentre con una mano la allunga, con l’altra la ritira a favore di un “candidato unitario alternativo a Bersani e Renzi”. Che potrebbe essere lui ma anche altri. Insomma si aprirebbero le primarie nelle primarie? “Lui o lei poco importa – spiega Civati – l’importante è ribaltare il paradigma della competizione, dalle persone ai contenuti. Mi devono dire ancora ad esempio con chi intende allearsi il Pd, quale sarà le legge elettorale e quali regole per le primarie”. Certo la sua mossa muove le acque… “Quello che non voglio assolutamente è aggiungere autocanditatura ad autocandidatura, in un effetto formicaio impazzito. La collezione di nani da giardino no. Se si riesce ad esprimere una candidatura unitaria che sia davvero alternativa a Bersani e a Renzi io ci sono, questo ho scritto. Ora vediamo se si riesce”.

Difficile che qualcuno a Roma risponda nel merito e formuli una soluzione alla candidatura-provocazione di Civati (che non a caso parla di “occupy-primarie”). “In una settimana al massimo si capirà se le condizioni ci sono, dipenderà dalle risposte che arriveranno”. Ma la risposta non arriverà a breve, visto che come ricorda Civati “di queste primarie non conosciamo ancora le regole, né tanto meno sappiamo quale sarà la legge elettorale che – secondo il modello che sarà scelto – potrebbe renderle inutili. Sto appunto cercando di capire se si può realizzare un fronte unitario”. A chi come Enrico Rossi lamenta che le candidature sono troppe Civati risponde che il problema sta proprio nel campo di Bersani in cui Rossi gravita: “Di candidati da qui alle primarie ne potrebbero saltar fuori a centinaia perché non hanno ancora messo delle regole”.