Le primarie del Pd ora rischiano di diventare “ad personam”. Mentre il sindaco fiorentino Matteo Renzi saliva sul suo camper a Verona, ufficialmente a caccia dei voti del Pdl per le primarie che dovrebbero impalmare il candidato della coalizione di centrosinistra per Palazzo Chigi, a Roma si discuteva d’altro. Discussione animata, molto animata. Perché è venuto il momento di mettere nero su bianco le regole del gioco in merito alle primarie. Già, perché per permettere a Renzi di competere, il Pd dovrà modificare lo Statuto. E saranno dolori.

D’altra parte, non è mica una cosa da poco. E, soprattutto, non indolore. La modifica s’ha da fare, certo. Ed è una modifica che – è l’unica (quasi) certezza – sarà solamente temporanea, in vigore per quest’unica tornata. Bontà sua, infatti, il segretario nazionale dem Pier Luigi Bersani, statutariamente il candidato del partito per le primarie di coalizione, in ogni incontro privato non fa altro che ripetere di non voler in alcun modo impedire a Renzi di correre per la nomination alle politiche. Primarie ad hoc per Renzi? E con buona pace della base di stretta osservanza Pd che vede il rottamatore del Lingotto come il fumo negli occhi? O con chi vorrebbe limitare, se si votasse solamente in base alle iscrizioni al partito, la sua competenza all’Arno e dintorni? La partita è aperta, lo scontro sarà durissimo, i risultati incerti.

Nelle (più o meno) segrete stanze del Nazareno, dunque, ora ci si arrovella su come fare per salvare capra e cavoli, visto che il prossimo 6 ottobre si dovrà pur portare la proposta delle primarie ad personam all’assemblea nazionale, per ottenere il via libera alla modifica delle regole per scegliere il candidato. Temporanea, sia ben chiaro, giusto il tempo delle elezioni, che poi si tornerà alla normalità. I nodi da sciogliere sono molti, primo fra tutti: in quanti turni votare? “Dobbiamo ricalcare il modello delle primarie che hanno avuto successo: a turno unico e senza albo delle pre-iscrizioni, come si è sempre fatto, perché non possiamo disturbare troppe volte le persone”, spiegava ieri il coordinatore della campagna di Renzi, Roberto Reggi. Ma, sarà che Bersani è abituato ai vecchi militanti della stagione dei partiti pesanti per i quali la politica era impegno e non disturbo, il segretario preferisce, invece, il doppio turno che gli permetterebbe di pesarsi e, soprattutto, amplierebbe il distacco con il competitor.

Prima ancora, però, bisogna decidere dei parametri in base ai quali permettere l’accesso alla competizione, altrimenti chiunque potrebbe decidere di candidarsi e ottenere in cambio un mese di visibilità assicurata sui media. Gratis per di più. Si ipotizza che sia necessario raccogliere un congruo numero di firme a sostegno dell’aspirante candidato, ma il quanto e il come è avvolto nella nebbia più fitta. Di certo, il segretario socialista Riccardo Nencini ha già annunciato (sempre via stampa) che il Psi sta attendendo di capire quali saranno le regole del confronto per scendere in campo con una “personalità di area”.

In più, bisogna stabilire quale sarà il tetto di spesa per la campagna delle primarie. In periodo di crisi e di taglio ai rimborsi elettorali, il Pd ha stretto i cordoni della borsa, eliminando sedi e contributi, tanto che finanche Bersani rischia di dover cambiare ufficio. C’è poco da scialare, dunque, e le regole varranno per tutti quelli che competeranno, quando queste saranno finalmente definite. Per tutti tranne che per Renzi. Che, evidentemente, è in campagna elettorale già da settimane. E che, d’altra parte, pare non abbia problemi di liquidità: le donazioni on line per il sindaco di Firenze, su matteorenzi.it, sono arrivate a quota 3600 euro (3590, per la precisione) a 24 ore dall’avvio della sua campagna. Dunque, la prosettiva si annuncia rosea, ma molto dipenderà comunque dalle regole del gioco. Che dovranno pure essere condivise con i presunti alleati Pier Ferdinando Casini e Nichi Vendola: a trattare, dopo la prova sulla legge elettorale, sarà molto probabilmente il coordinatore Maurizio Migliavacca, oramai uomo delle missioni impossibili.

Tanto impossibili da risultare addirittura di grottesche. Il dibattito, dentro il Nazareno, è bollente. Ieri il sindaco di Ravenna, Fabrizio Matteucci, schierandosi con Bersani, pregava affinché vengano definiti almeno paletti chiari: “Alle primarie votano gli elettori del centrosinistra”. Vai a capire come distinguerli: se con un segno convenzionale o una parola d’ordine segreta, non si sa. Anche perché, la corrispondenza d’amorosi intenti di Renzi con il Pdl, preoccupa molti. “Rischia di verificarsi che esponenti del centrodestra votino Renzi alle primarie del centrosinistra senza rinunciare a votare centrodestra alle elezioni vere, quelle di primavera prossima. Senza un regolamento chiaro, e ormai urgente, le primarie così fatte saranno solo un regalo al centrodestra e, in particolare, agli avversari del Pd”, ha affermato Enrico Farinone, vicepresidente della Commissione Affari Europei, andando ad aggiungersi alla schiera di quelli che vedono nel sindaco di Firenze la migliore opportunità per il centrodestra di vincere le elezioni. Casomai con il sostegno dell’Udc, secondo gli ultimi presagi della fantapolitica.

Ma, insomma, il dibattito sulle regole rischia di essere il piatto caldo delle prossime settimane dentro le stanze strategiche piddine. Dove, sostiene qualcuno, “scorrerà il sangue”. E nessuno, in questo caso, pare aver trovato motivo di dubitarne…