Da un punto di vista statistico è probabile che nel corso della vita di ognuno capitino sia un certo numero di occasioni positive che di guai. A volte siamo distratti e non ci accorgiamo delle prime, dei secondi ci accorgiamo sempre.  

Quel che viviamo è fatto dall’incontro tra quel che semplicemente accade e noi stessi, con la nostra “percezione selettiva”, col nostro modo di “selezionare” la realtà e di assegnare interpretazioni e significati. Conosciamo l’esperienza di stare in coda al casello: non si ha l’impressione che la coda degli altri sia più veloce della nostra?

A causa della tendenza della mente a confermare quel che crediamo “vero”, se ci riteniamo sfortunati probabilmente selezioneremo, accorgerndocene, quegli accadimenti che ce lo confermano, e la fila degli altri ci sembrerà “migliore”. Mentre quando ci capiterà di stare in una fila “veloce”, per restare nella metafora, non ci faremo nemmeno caso.  

Per quanto strano possa sembrare a chi crede che le cose siano semplicemente così come sono, per così dire fatte e finite “lì fuori” di noi, e non assumano qualità diverse col variare del nostro modo di interpretarle, possiamo allora allenarci a sentirci fortunati –  se, per fare un esperimento magari per un paio di settimane, proviamo a crederci.

Fra gli altri, lo psicologo Richard Wiseman sostiene che si può imparare ad essere fortunati.
L’elemento decisivo: osservare le proprie convinzioni, quelle così radicate che non riusciamo a notarle, di solito. Grazie al fenomeno della mente, che ci conferma quel che già riteniamo “vero”, la nostra esperienza avrà la musica di fondo che le abbiamo dato senza accorgercene: è più un dramma, una commedia, una tragedia o un western? A che cosa diamo importanza?

Le spiegazioni si daranno in genere col senno di poi, e l’esperto di turno potrà poi dire che non abbiamo avuto fiducia in noi stessi a causa dei traumi subiti durante l’infanzia, oppure che siamo „resilienti“, e cioè indistruttibili, e che gli stessi traumi sono stati per noi altrettante sfide: ci hanno allenato ad accettarle con energia. Come diceva Gregory Bateson, insomma, ogni spiegazione non è che una narrazione che cerca di trovare un senso in quel che accade, e gliene da uno. Le narazioni “scientifiche” sono quelle condivise dal mondo della scienza, o almeno da quella parte che le sostiene.

Cito Wiseman: “la sensazione di essere al posto giusto nel momento giusto” ha a che fare con l’essere nello “stato mentale giusto”… le persone fortunate aumentano le loro chance interagendo con un gran numero di persone: le opportunità sono un gioco di numeri. Tanto più numerose le persone e le prospettive a cui fate riferimento, tanto più sono probabili buone idee e opportunità.“ E quale sarebbe questo stato mentale adatto a star bene, a sentire in diretta le nostre risorse di esseri umani immaginosi?

Per coltivarlo possiamo chiederci: quali sono le conseguenze pratiche delle mie convinzioni?
Con uno “sguardo etnografico” non giudicante possiamo osservare quel che la nostra mente ci dice, nel dialogo interno, per riuscire a farci sentire in un modo o in un altro. Ci facciamo illusioni? Forse ce ne facciamo anche quando, con le nostre interpretazioni, ci sentiamo male.
Robinson Crusoe – il protagonista del romanzo di Daniel Defoe del 1719 – naufrago nell’isola deserta, fa un bilancio della sua situazione, scrivendo (il relitto della nave gli fornisce in effetti carta e penna, ed altri beni di prima necessità) gli aspetti positivi e nagativi su due colonne: da una parte “sono finito su di un’isola deserta, solo e senza speranza di salvezza”, dall’altra “sono sopravvissuto”. Lo fa per rendersi conto delle sue possibilità, senza disperare. Disperarsi, infatti, non serve, nemmeno su di un’isola deserta. Forse non sempre possiamo decidere di smettere, ma mi piace pensare che ne abbiamo la potenzialità.