Il nome di Max Mosley, ex presidente della Fia e boss della F1, è sinonimo di scandalo grazie a un tabloid inglese e, anni dopo, grazie a Google. Utilizzando il più popolare motore di ricerca sono ancora visibili le immagini compromettenti di un festino a sfondo sessuale e, alcuni dicono, nazistoide, che misero fine alla carriera di Mosley, il quale ha da tempo iniziato una dura battaglia legale in tutta Europa per costringere Google a rimuovere le foto. La sentenza avrà sicuramente conseguenze importanti e farà giurisprudenza. Per questo è attesa con comprensibile curiosità e impazienza, non solo da Mosley. Una volta al giorno Max Mosley digita il suo nome su Google. Forse in qualche angolo del mondo è stato scritto un articolo che lo riguarda. O forse una volta ancora il motore di ricerca mostrerà la foto di Mosley seminudo circondato da giovani donne con la frusta in mano.

Il suo impegno dopo la morte di Senna
Anni fa l’Alta Corte britannica sentenziò che le foto erano state scattate illegalmente eppure continuano a circolare su Internet. Spesso finiscono sui siti più impensabili che, non fosse per Google, nessuno riuscirebbe a trovare. Mosley, oggi settantaduenne, fino a tre anni fa era presidente della Fia, l’organismo che controlla lo sport automobilistico internazionale, una posizione che di fatto gli consentiva di gestire la Formula1.

Fu Mosley a spingere affinché dopo la morte di Senna nel 1994, fossero approvate misure di sicurezza che hanno ridotto di molto il numero degli incidenti mortali nelle gare automobilistiche. Ma queste cose ormai contano ben poco. Dal 30 marzo 2008, Mosley è noto più che altro per essere stato sorpreso in compagnia di cinque donne in divisa nazista. Tutta la sua vita è ormai ridotta a un solo episodio, pur deplorevole. Il tabloid britannico News of the world filmò la festa privata con una cinepresa nascosta. Un giornalista aveva piazzato la cinepresa sull’abito di una delle donne che prendevano parte alla festa dicendole di fare in modo che Mosley assumesse atteggiamenti compromettenti. “Quando riuscirai a fargli fare il saluto nazista, vedi di trovarti a una distanza di circa due metri e mezzo-tre”, pare abbia detto il giornalista alla donna.

La presunta “orgia nazista” non finì solamente sulle pagine del giornale. I giornalisti del tabloid domenicale di Murdoch, scomparso dalle edicole perché travolto dallo scandalo delle intercettazioni, postarono il video in Internet e nel giro di qualche minuto il video fu visto da milioni di persone in ogni angolo della terra. Max Mosley ha vinto da un pezzo la sua battaglia legale contro News of the world e altri media. L’Alta Corte ha stabilito che le accuse di nazismo erano inventate e ha ordinato al giornale di corrispondere a Mosley a titolo di risarcimento la somma di 60mila sterline, pari a circa 75.500 euro, per aver illegalmente violato la privacy di un cittadino britannico. Si tratta del risarcimento più elevato nella storia dell’editoria britannica.

Tutto bene con la carta stampata, ma come la mettiamo con il mondo digitale? A che serve avere la meglio su un gigante dei media come Murdoch in un mondo governato dagli algoritmi, dai motori di ricerca, da Internet? Mosley ha vinto tutte le cause intentate in dozzine di Paesi nei confronti di numerosi gestori di siti web che sono stati costretti a cancellare le foto. Ma la sua è una fatica di Sisifo. Ogni volta che gli avvocati di Mosley trovano una foto del loro cliente digitando il suo nome su Google, tutto ricomincia daccapo: debbono rintracciare il responsabile del sito che spesso è impossibile localizzare. Se ci riescono lo citano in tribunale. Poi, ottenuta la sentenza, la notificano a Google che a quel punto deve cancellare le immagini dal motore di ricerca. Oppure debbono affidarsi al senso di responsabilità di Google. Negli ultimi quattro anni si dice che Mosley abbia speso quasi un milione di euro per tutelare la sua privacy in Internet.

Tutta fatica sprecata: appena si cancella una foto ne appare un’altra. “Senza Google nessuno troverebbe questi siti”, sostiene Mosley. Google mostra le foto e indirizza gli utenti sui siti incriminati pur sapendo che le foto sono state scattate illegalmente. E’ come se il motore di ricerca che riesce a trovare qualunque cosa sul Web, non abbia una memoria. Mosley sostiene che Google potrebbe facilmente filtrare le immagini che lo riguardano e non mostrarle quando un utente digita il suo nome. Ma Google si rifiuta di farlo. Così Mosley ha deciso di citare Google in tribunale in Germania e in altri Paesi europei. Una sentenza a lui favorevole dovrebbe avere ripercussioni in tutto il mondo, si augura Mosley, e potrebbe indurre Google a una maggiore prudenza.

Dall’esito delle cause in Europa dipendono eventuali analoghe iniziative in California dove Google ha la sede legale. La prima udienza del procedimento dinanzi alla magistratura tedesca è prevista per questo mese. Il procedimento “Mosley contro Google” è qualcosa di più di un bisticcio tra una persona famosa e un potentissima azienda. E’ la battaglia dell’uomo contro la macchina e potenzialmente potrebbe segnare una pietra miliare in campo giuridico rispondendo ad un interrogativo fondamentale in campo digitale: chi controlla i nostri diritti on line? I tribunali o le multinazionali come Google? Dove finisce la tutela dei diritti fondamentali e inizia la censura? Chi affronta una battaglia come quella iniziata da Mosley si espone alla facile critica di essere, in qualche modo, retrogrado, di non riuscire a capire che Internet osserva regole diverse da quelle tradizionali.

La Ue si prepara a legiferare sui dati ‘dimenticati’
L’autunno prossimo la Commissione europea dovrebbe decidere sulla legislazione europea in materia di protezione dei dati che finiscono per essere “dimenticati” su Internet. Il progetto prevede personali ritorni ai singoli consentendo loro, quanto informazioni che loro stessi hanno messo in Internet. Ormai tutti sanno che Internet non dimentica nulla e che una volta messe le mani su qualcosa non la molla facilmente. Dalle imbarazzanti foto del principe Harry a Las Vegas ai video postati su YouTube da ex innamorati lasciati e desiderosi di vendetta, ogni anno migliaia di persone scoprono di essere finite, loro malgrado, sulla Rete.

Spesso è la conseguenza della loro sventatezza, ma talvolta, come nel caso di Mosley, sono assolutamente incolpevoli o vittime di raggiri. Un pomeriggio di due settimane fa Max Mosley si trovava nello studio del suo avvocato di Amburgo, Tanja Irion. Era appena arrivato da una vacanza nel sud della Francia. Vestito elegantemente di grigio, la camicia bianca sbottonata, i capelli argentati, saluta l’avvocato e invita tutti i presenti a parlare con un tono di voce più alto del solito perché ha problemi di udito.

Mosley è di buon umore e scoppia spesso a ridere. Lo scandalo, comunque, ha avuto pesanti conseguenze sulla sua famiglia e ha fatto vacillare il suo matrimonio. Il figlio più grande, Alexander, che soffriva di depressione, è morto di overdose un anno dopo. “Sono cose che non potrò mai dimenticare”, dice Mosley. “Mi accompagneranno per il resto della vita”. Una realtà, questa, che non intende aggiornare per garantire il diritto al controllo dei propri dati e di cancellarli, anche se la sua fama, ormai, non cambierebbe nemmeno se sparissero tutte le foto. Inoltre per ottenere questo risultato dovrebbe continuare la disperata caccia in tutti i Paesi del mondo.

Certo Mosley avrebbe potuto lasciar perdere, adottare un basso profilo e sperare che con il tempo la gente si sarebbe stancata di scrutarlo dal buco della serratura. Invece la guerra che ha scatenato sta riaccendendo l’interesse per lo scandalo del 2008. “Ma la cosa non riguarda più soltanto la mia persona; è una questione di principio”, precisa Mosley. “Ho tempo e ho denaro. E quindi mi sento obbligato a combattere questa battaglia affinché quanto è capitato a me non capiti ad altri”.

Ma ovviamente la cosa riguarda anche la sua persona. Stiamo parlando dell’uomo che gestiva la Formula 1, che fissava tetti di spesa alle scuderie malgrado le proteste dei team più potenti e che imponeva i crash test. Presiedendo la Fia ha imparato che le nuove tecnologie hanno bisogno di nuove regole. Non è il tipo d’uomo disposto ad accettare passivamente l’immutabilità delle cose. Non lo faceva da presidente della Fia e non lo fa oggi. Lo sport automobilistico è stato per lui un rifugio sicuro che lo ha protetto dagli spettri del suo passato familiare.

Suo padre è stato fondatore e capo della British Union of Fascists e sua madre era amica personale di Adolf Hitler. Mosley spiega che la sua vita “è stata una continua fuga dal passato della sua famiglia”. Lo scandalo sessuale ha riportato tutto a galla stabilendo un nesso tra Max Mosley e il nazismo. Aggiunge che si augura che un giorno il suo nome sarà ricordato meno per lo scandalo e più “per la mia battaglia a difesa dei diritti di tutti”.

La battaglia contro Google è la ragione di vita di Mosley. Si occupa praticamente solo di questo passando le giornate al telefono e viaggiando con i suoi avvocati. D’altro canto Mosley ha fatto l’avvocato prima di entrare nel mondo delle corse automobilistiche e quando la sua attuale battaglia legale è iniziata, si è recato a Mountain View, California, sede di Google, per parlare con uno degli avvocati dell’azienda.

E’ stato uno scontro tra due visioni opposte del mondo. Mosley racconta di aver detto all’avvocato di Google che quanto stava facendo l’azienda era sbagliato e, peggio ancora, che i vertici dell’azienda sapevano che era sbagliato. L’avvocato gli ha risposto che le sue richieste non potevano essere accolte per una questione di principio. Mosley ha ribattuto che non si sarebbe arreso e che sarebbe stata una battaglia lunga e dura.

Google non nega che le foto di Mosley sono state scattate illegalmente. Google aggiunge che, dietro richiesta, ha cancellato centinaia di pagine contenenti le foto. Il sito del motore di ricerca riceve ogni mese milioni di richieste di cancellazione e nel 90% dei casi le esaudisce. Ma Mosley vuole di più. Non vuole rinnovare la richiesta volta per volta, vuole che Google filtri le immagini escludendole per sempre dal motore di ricerca. “Non disponiamo di un meccanismo in grado di individuare duplicati delle foto o di un testo e di farli sparire dalla rete”, ha detto Daphne Keller, responsabile dell’ufficio legale di Google, quando è stata chiamata a testimoniare lo scorso gennaio dinanzi a un commissione ad hoc istituita in Gran Bretagna. “Ed inoltre non credo sarebbe una buona idea”, ha aggiunto.

Gli algoritmi e i programmi per computer non sono giudici, ha spiegato, e Google non vuole “monitorare” Internet né è tenuta a farlo. Google non vuole diventare la polizia del web. Nella sede tedesca di Google, le richieste di Mosley vengono liquidate come stravaganze. Se i motori di ricerca fossero ritenuti responsabili della cancellazione di foto ottenute illegalmente, dove si andrebbe a finire?

Scoperchiare il vaso di Pandora dei diritti
Circola il fondato timore che l’iniziativa di Mosley possa scoperchiare il vaso di Pandora. Google trema all’idea di doversi continuamente chiedere: quali contenuti sono legali e in quale contesto? E cosa succederebbe se un contenuto legale venisse involontariamente cancellato? A Google si chiederebbe di adeguarsi alle norme vigenti in Paesi quali la Russia o la Cina?

Google non sembra turbata più di tanto quando gli si oppone che è una pratica che segue da tempo, ad esempio nel caso della pedopornografia. In quei casi, obietta, il quadro giuridico è molto più chiaro. Per quanto logica possa apparire la posizione di Google, l’azienda nel corso delle schermaglie legali con Mosley ha fatto ricorso ad argomenti assurdi. Gli avvocati dello studio Taylor Wessing che patrocina Google, scrivono che alcune foto, come specificato dall’avvocato di Mosley nell’atto di citazione, non violano i diritti personali di Mosley in quanto questi non è chiaramente riconoscibile. Gli avvocati sottolineano anche che in una foto figura solo il cognome e non il nome di Mosley e che “sfogliando l’elenco telefonico della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e dell’Australia si trovano centinaia di utenti con il cognome Mosley”.

Sono argomenti come questo che rafforzano in Mosley la convinzione che Google “ritiene di potersi fare le leggi da sola”. Non crede affatto che Google si rifiuta di monitorare il web per ragioni di principio. “Nessuno sta chiedendo a Google di esaudire le richieste dei dittatori africani”, dice Mosley. Ma qui stiamo parlando della sentenza dell’Alta Corte di una democrazia occidentale. Che ragione c’è allora, si chiede, di continuare a mostrare le foto se non una ragione squisitamente commerciale? “Sotto il profilo tecnico non c’è alcun motivo per opporre un rifiuto; si tratta solo di ciò che Google vuole o non vuole fare”, spiega Viktor Mayer-Schonberger, professore di governance e disciplina giuridica di Internet a Oxford.

Il quarantaseienne austriaco, snello, occhiali dalla montatura leggera, ha insegnato a Harvard per dieci anni. E’ consulente di governi e aziende private e ha scritto un libro dal titolo Cancellare: la virtù dell’oblio nell’era digitale. L’avvocato di Mosley, Tanja Irion, ha chiesto a Mayer-Schonbergerdi fornire un parere scritto sulla fattibilità tecnica di quanto chiesto da Mosley a Google. Tanja Irion dice che non è stato facile trovare un esperto disposto a testimoniare contro Google. Lo stesso Mayer-Schonberger ammette di aver esitato. Ha amici che lavorano per Google e lui stesso ha tenuto una conferenza a Berlino presso l’Istituto per Internet e la Società finanziato da Google. Ma il parere di Mayer-Schonberger è chiaro.

Tutte le caratteristiche tecnologiche impiegate da Google per aggiornare o cancellare le voci del motore di ricerca consentono l’installazione di un filtro. Inoltre, Mayer-Schonberger non ritiene che Google debba barricarsi dietro la tesi della libertà di opinione. Trova assurdo che chi, come Google, controlla l’accesso a Internet sostenga, quando le fa comodo, che non vuole controllare Internet. “Chi ha grande potere ha anche grandi responsabilità”, afferma Mayer-Schonberger.

Anche il Parlamento britannico nutre forti perplessità sugli argomenti addotti da Google. Il primo ministro David Cameron ha istituito una commissione congiunta con il compito di fare luce su quanto non va nel campo della tutela dei diritti personali in Gran Bretagna. Una delle persone chiamate a deporre dinanzi alla commissione è stata Daphne Keller, responsabile dell’ufficio legale di Google. Dopo aver ascoltato la sua deposizione, la commissione ha raggiunto una conclusione inequivocabile: le obiezioni che Google frappone alla richiesta di cancellazione delle immagini sono “assolutamente non convincenti”.

I motori di ricerca, ha stabilito la commissione, debbono garantire che i siti web “non vengano impiegati per infrangere la legge”. Mosley sembra sicuro di avere la meglio. “E’ necessario approvare delle regole e questo avverrà anche se dovessi morire fulminato”, dice Mosley. “Io mi batto affinché a questo si arrivi in tempi brevi e non in tempi lunghi”.

di Isabell Hulsen

da Il Fatto Quotidiano dell’8 settembre 2012

© Der Spiegel, 2012 – Distribuito da The New York Times Syndicate

Traduzione di Carlo Antonio Biscotto