Non solo non ha mai pagato un euro di tasse, ma la Chiesa ortodossa si staglia sempre più come un immenso potere, materiale e latifondista, nella Grecia che boccheggia. In cui le conseguenze della crisi si chiamano disoccupazione record, ospedali che non passano più medicinali salvavita come gli antitumorali e dove gli indebitamenti di cittadini e imprenditori si trasformano in storie di suicidi (duemila negli ultimi 24 mesi) e povertà.

L’assurdo si chiama reticenza: in Grecia non esistono dati ufficiali di quanti beni possegga la Chiesa, né un valore su cui un attimo dopo poter decretare una qualche forma di tassazione. Una contingenza che stride con i sacrifici che i cittadini, e solo loro, stanno facendo per portare sulle spalle il peso del default già tecnicamente certificato da moltissimi istituti di credito di tutti i continenti, ma che solo la Troika e il governo di Atene non chiamano per nome. E mentre in Italia ci si interroga sull’Imu per il Vaticano, a ottanta miglia nautiche sta andando in scena un muro di gomma impenetrabile e dalle fitte relazioni politico-istituzionali che non sembra per nulla scosso dallo tsunami economico che sta interessando il Paese e l’intera Unione.

La Chiesa ortodossa in Grecia è organizzata in ottantuno diocesi, i cui proventi, come le offerte per matrimoni, battesimi e funerali che in Grecia si fanno “alla grande”, vanno direttamente a chi gestisce la Chiesa. Lecito chiedersi: quanti denari ha che potrebbero o essere tassati o utilizzati almeno per quel welfare a cui lo stato fallito non può più far fronte?  Inoltre dopo aver frequentato il seminario, anch’esso interamente finanziario dallo Stato al pari degli stipendi dei circa novemila preti, chi accede agli ordini sacri può assumere lo status di diacono e successivamente di sacerdote (che in Grecia possono sposarsi ma prima di essere ordinati diaconi). In un percorso per così dire formativo interamente a carico dello Stato.

La rivolta popolare dei cittadini ellenici investe quindi anche questa immensa miniera d’oro, ovvero una comunità di potere che, nel Paese dove il governo nel giorno del giuramento viene ancora “battezzato” da Sua Beatitudine il Primate in persona, non ha per nulla contribuito a svolgere la propria parte in questo biennio terribile. Solo il partito radicale del Syriza nel suo programma elettorale aveva proposto una forma di tassazione, equa e solidale, per i beni ecclesiastici secondo il principio del “tutti contribuiscano ai sacrifici per la crisi”.

Fonti non ancora ufficialmente confermate sostengono che nella lista di euro ellenici custoditi in Svizzera (e al centro di un accordo da stipulare tra i due Paesi per tassare il loro eventuale rientro in Grecia) vi siano anche conti riconducibili ad alti prelati. Che, è utile rammentare, fino ad oggi sono stati totalmente esenti da tasse, come dimostrano i circa trecento milioni di euro di cui annualmente le casse dello Stato si fanno carico per gli stipendi dei sacerdoti. In verità, in concomitanza del voto pro-memorandum dello scorso inverno, che era coinciso con le manifestazioni di protesta incluso il mega lancio di yogurth all’esterno della Camera dei Deputati, era stata creata una commissione ad hoc incaricata di vendere una piccola parte dei beni immobili della Chiesa ortodossa al fine di fare “cassa”, ma al momento non se ne trova traccia. Qualche commentatore arriva a ipotizzare che sia stato necessario addirittura l’intervento del gran capo del Pasok, l’ex ministro delle finanze Evangelos Venizelos in persona, a far calare un velo di silenzio sull’esistenza e sull’operato della commissione. Adesso il muro di reticenza è però messo in pericolo dai numeri dell’ennesimo pacchetto di misure che il consiglio dei ministri sta vagliando: quel piano di altri dolorosissimi tagli per quasi dodici miliardi di euro che se da un lato proseguirebbero tout court sulle strada tracciata dalla Troika, dall’altro allargherebbero le maglie di una sperequazione sociale senza precedenti. Con disfunzioni incredibili nel comparso della sanità e del welfare.

Ma ad oggi qualcosa si potrebbe fare, almeno in sede di uno sforzo pro-trasparenza: si potrebbe attuare un censimento delle proprietà e dei beni posseduti dalla Chiesa ortodossa, che non si limiti a luoghi di culto o alle residenze arcivescovili note, ma che indaghi a fondo su quelle che tutti definiscono come sterminate proprietà nei luoghi più affascinanti di un Paese che non sa o, forse, non vuole sapere quanto sia esteso quel potere, tutt’altro che spirituale. Oggi più che mai tremendamente materiale. E, cosa più grave, completamente esentasse.

Twitter@FDepalo