Che confusione con le classi sociali! Cambiano, si evolvono, si dissolvono, per poi ricomparire sotto altra forma. E noi che stavamo ancora discutendo attorno alla lezione marxista, ben chiara e netta nella sua suddivisione: la borghesia la potere, il proletariato – la classe lavoratrice in lotta per l’affermazione dei suoi diritti – e un sottoproletariato (il “lumpenproletariat”), fatto di emarginati che non meritavano neppure di essere considerati “classe”, perché fuori dal mercato del lavoro. Con la prospettiva (piuttosto lontana) di una società senza classi, dove ad ognuno sarebbe stato dato secondo i suoi bisogni.

Richard Rorty, con grande acume, aveva aggiornato il catalogo, introducendo una classe inedita, l’overclasse, composta di un esiguo gruppo di privilegiati, un’élite che si situa al di sopra delle leggi nazionali e opera a livello globale. Terribilmente potente e defilata.

Nel frattempo si faceva strada la tesi, a dir poco affascinante, di una dissoluzione delle classi, non già per effetto della rivoluzione proletaria preconizzata da Marx, quanto per l’emergere della massa, in grado di fagocitare ogni differenza sociale.

La post-modernità ci ha regalato la crisi della classe media, quella che una volta era definita la borghesia, producendo – nella concezione di Michael Hardt e Toni Negri – l’emergenza della moltitudine. Non più popolo, ma neppure classe sociale, composta di un insieme di individui consapevoli e dalle grandi potenzialità.

Invece Marc Augé, l’antropologo francese dei “non-luoghi”, al Festival della Mente di Sarzana il primo settembre, rimescola le carte e riporta indietro l’orologio della storia.

Puntando il dito sulla disuguaglianza che imperversa nel mondo (ma non l’aveva già detto Jean-Jacques Rousseau?), ci ammonisce sul rischio di trovarci, nell’immediato futuro, di fronte a tre classi: un’oligarchia economica che detiene il potere e il sapere, una classe di consumatori necessari al sistema e una classe di esclusi.

Altro che moltitudini! È la rivincita ambita della classe media, nella quale ci riconosciamo un po’ tutti, o più semplicemente un déjà vu disarmante?

Viene il sospetto che Augé, più che di “non-luoghi”, tratti ora di “luoghi comuni”.