Non sembra avere le idee troppo chiare il sindaco di Viterbo, Giulio Marini (Pdl), o forse il suo è soltanto un tentativo di guadagnarsi la ribalta delle cronache. In tre giorni infatti il primo cittadino viterbese ha annunciato: dapprima l’azzeramento delle indennità dell’intera giunta, poi le sue imminenti dimissioni – ma solo dopo i festeggiamenti della Santa patrona della città – e infine il ripensamento: si va avanti fino al termine della consiliatura. Contattato una prima volta da ilfattoquotidiano.it, Marini appariva determinato nella sua scelta: “Non ci sono più le condizioni per andare avanti – diceva – Sono convinto, il 5 settembre, dopo i festeggiamenti di Santa Rosa (la Patrona di Viterbo, ndr) mi dimetterò da sindaco”. E tradito forse dall’emozione del momento, si lasciava scappare anche lo svarione: “Lascio i corsi al proprio destino”, intendendo dire che a decidere non sarebbe più stato lui.

La drastica decisione del primo cittadino arrivava (il 27 agosto) al termine del duro scontro con il gruppo consiliare de La Destra (che fa parte della maggioranza che sostiene la giunta) e tre transfughi del suo partito, iniziato la settimana precedente. “O la giunta viene ridotta da dieci a sei assessori e l’Imu sulla prima casa portata dal 4 al 2 per mille o non votiamo il bilancio”, avevano minacciato i falchi. Messo alle corde, Marini aveva tentato così la soluzione di ripiego e al contempo – per sua stessa ammissione – provocatoria: gli assessori – tra i quali anche uno con la delega all’aeroporto mai costruito – rimangono tutti al loro posto ma, insieme al sindaco, a partire dall’esercizio finanziario 2013, rinunceranno alla loro indennità di carica. “Solo in questo modo riusciremo ad abbassare l’Imu – aveva spiegato Marini – E’ un messaggio di vicinanza ai concittadini. Un’idea in cantiere da molto tempo, ma che non ho attuato prima perché due assessori non hanno un lavoro e non pensano a trovarselo: il loro tempo è assorbito full time dall’amministrazione. Sacrificano cioè le loro aspettative future”.

In poche parole, se fosse stato compiuto prima, quel gesto così “nobile” avrebbe creato nuovi disoccupati per un periodo di tempo più lungo e fatto mancare la seconda entrata mensile (2mila euro) agli altri assessori che un lavoro ce l’hanno. Amministrare “a costo zero” a partire dal prossimo gennaio, invece, è uno sforzo accettabile. Già perché nel capoluogo della Tuscia si tornerà a votare ad aprile. E in fondo rimanere seduto su una poltrona, lanciando allo stesso tempo un segnale di austerità, tornerebbe utile in vista della campagna elettorale. Se poi ai cittadini viene fatto intendere che proprio con quei soldi, derivanti dal taglio degli emolumenti della giunta (105mila euro) – più le somme raggranellate con altri piccoli correttivi – verrà ridotta l’Imu, la speranza che il segnale di sobrietà rimanga impresso nella memoria dell’opinione pubblica, almeno fino al giorno delle elezioni, è più concreta.

Ma la riduzione dell’imposta sugli immobili che la giunta aveva promesso – con “l’immane sacrificio” – in realtà era solo simbolica, praticamente impercettibile: appena dello 0,2 e per di più soltanto per le seconde case. “Sulla prima proprio non ce la facciamo”. Seppur ridicolo, l’abbassamento dell’aliquota sarebbe stato accettato da La Destra e dal neonato gruppo consiliare Alleanza per Viterbo (fondato da tre consiglieri ex Pdl). Sull’altra richiesta però gli ex alleati erano stati irremovibili: se non fossero stati revocati quattro assessori, sarebbe mancato il loro si al bilancio. “Il taglio delle indennità dei componenti della giunta è pura demagogia – aveva tuonato il segretario provinciale de La Destra, Andrea Scaramuccia – alla città va invece dato un segnale forte”. E Marini aveva ribattuto: “Accuse pretestuose. Ho eliminato non quattro, ma undici stipendi: più di quello che ho fatto non si può fare”. Insomma la sua squadra di assessori non poteva essere toccata.

Il muro contro muro è andato avanti fino a lunedì quando, piuttosto che aspettare lo schiaffo degli oramai ex alleati, il primo cittadino ha preferito preannunciare le dimissioni. “Mi hanno fatto passare l’entusiasmo – dichiarava – Ricandidarmi dopo un’esperienza del genere? Lo escludo del tutto. Sono un personaggio scomodo alla politica viterbese”. Quello di Marini sembrava quasi un definitivo addio alla carriera politica. “Non scommetterei neanche su un mio ritorno alla corsa per un posto alla Camera”, assicurava. Fino allo scorso gennaio infatti Giulio Marini è stato anche deputato. Carica incompatibile con quella di sindaco, secondo la Consulta, e quindi abbandonata.

Si arriva al giorno della votazione del bilancio (il 28 agosto) e, come da previsione, arrivano i no de La Destra e di Alleanza per Viterbo (oltreché quelli dell’opposizione). A sorpresa, è anche il presidente del Consiglio comunale, Giancarlo Gabbianelli, a dare parere contrario. Il bilancio è bocciato e la giunta Marini è ko. Tutti a casa? Macché.

Al termine della seduta il sindaco si barrica dentro il suo studio con il segretario generale e alcuni stretti collaboratori. Ed ecco il colpo di scena: “L’intenzione della giunta – si legge nella lettera che il sindaco invia alla prefettura di Viterbo – è quella di sottoporre al Consiglio una nuova proposta di bilancio entro il 31 ottobre”. La proroga è prevista dal decreto che il ministero dell’Interno, su richiesta dell’Anci, ha emanato ai primi di agosto. Il prefetto accoglie la richiesta. Marini dunque non si dimette. Raggiunto telefonicamente per la seconda volta da ilfattoquotidiano.it, l’ex deputato del Pdl dichiara: “L’ipotesi che avevo formulato è stata superata. Ora dovrò verificare se posso ottenere i numeri con i quali approvare il nuovo bilancio che riformuleremo. Non subito però – conclude Marini – perché in questo momento c’è Santa Rosa che mi impegna totalmente”. I festeggiamenti si concluderanno il 3 settembre e chissà che la Santa Patrona di Viterbo non illumini il sindaco e gli faccia trovare la soluzione. Magari qualche assessorato a chi gli ha voltato le spalle.