Ricerca scientifica e piccole imprese agricole unite contro la disoccupazione? L’alleanza è possibile. Almeno in Egitto e Tunisia, dove i rispettivi Ministeri della Scienza hanno deciso di collaborare con un obiettivo preciso: sfruttare i risultati della ricerca per lo sviluppo di piccole aziende nelle aree rurali. Lo scopo è riscoprire metodi e colture tradizionali, scongiurando allo stesso tempo quello che, secondo i governi dei due Paesi, è stato un fattore determinante nei disordini dello scorso anno con la primavera araba: la disoccupazione giovanile.

Il progetto, parte di una più ampia cooperazione scientifica e tecnologica, prevede il coinvolgimento di giovani ricercatori di entrambe le nazioni. Che, insieme, cercheranno di trovare le giuste soluzioni per i diversi contesti agricoli in cui si troveranno ad operare. Il tutto mentre in Europa, invece, la Corte di Giustizia conferma il divieto di commercializzare le sementi delle varietà tradizionali. Se la disoccupazione giovanile dell’Unione europea ha raggiunto livelli record, con il 36,2% dell’Italia o l’incredibile 53,2% della Spagna, in Egitto e Tunisia si cerca di prendere provvedimenti per percentuali ben inferiori. Secondo il Rapporto sullo Sviluppo Umano del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, infatti, il tasso di disoccupazione in Egitto dei giovani fra i 15 e i 24 anni è del 24,5%: una cifra che supera di circa il dieci per cento la media nazionale per tutte le altre fasce di età. I governi dei due Paesi nordafricani, a differenza di quelli dell’Europa meridionale, arenati nell’incapacità di andare oltre l’industria e l’edilizia per creare occupazione, invece che puntare sull’agricoltura industriale hanno deciso di unire le forze e utilizzare i risultati della ricerca scientifica per lo sviluppo delle piccole imprese nelle aree rurali. Come? Scambiandosi informazioni e competenze su come implementare, ad esempio, nuove tecniche per la produzione di foraggio per gli animali da diversi tipi di residui agricoli, o su quali razze di animali da allevamento sono più appropriate per gli specifici contesti rurali. Ma anche su come riscoprire le tecniche di produzione tradizionali per la produzione di tappeti.

I partecipanti al progetto, finanziato dai due Ministeri della Scienza, valuteranno la capacità dei diversi contesti locali di sostenere o meno le nuove imprese. Prima, però, verranno ulteriormente formati su aspetti come lo sviluppo di bilanci aziendali, o la preparazione di modelli di innovazione, o ancora l’appropriato uso del marketing. Il primo viaggio di studio fra quelli programmati è stato fatto a luglio da un gruppo di ricercatori tunisini, che ha visitato l’Egitto per approfondire i metodi di produzione di foraggio per animali proveniente da rifiuti agricoli. Come gli scarti del frumento, una delle colture più importanti della Tunisia.

Le scelte nordafricane si dimostrano dunque in netto contrasto con quelle della vicina Europa, dove una sentenza del 12 luglio ha sancito il divieto di commercializzare le sementi delle varietà tradizionali e diversificate. Un divieto a metà, in realtà, che può cadere nel momento in cui i semi in questione soddisfino i criteri di “distinzione, omogeneità e stabilità” (DHS) imposti dall’Ue, e in cui si è in grado di pagare ingenti somme per iscriverli (per 20 anni) nel catalogo ufficiale europeo. Per le associazioni di agricoltori, la scelta dell’Ue va a tutto vantaggio delle grandi imprese sementiere multinazionali, e con il più volte ribadito obiettivo di ottenere “una accresciuta produttività agricola”, di fatto conferma il divieto di commercializzazione delle sementi ai singoli contadini, già deciso da una direttiva della Comunità europea nel 1998. Secondo Civiltà Contadina, l’associazione per la salvaguardia della biodiversità rurale impegnata “per motivi di conservazione genetica” nella diffusione gratuita di sementi, “i diritti fondamentali dell’uomo sono anche di potersi scegliere cosa coltivare e di cosa nutrirsi”. Cosa data per scontata in Egitto e Tunisia, dove i prodotti delle piccole imprese contadine non sono viste solo come un diritto, ma anche come una concreta opportunità per i più giovani.