Gli applausi a scena aperta — quasi con richiesta di bis — non sono tanto usuali quando un compunto professore di storia dell’arte disquisisce di paesaggio e di bellezza. Salvatore Settis non ha i modi, ne’ le fattezze, del tribuno, ed è rimasto sorpreso pure lui quando ha riscosso una lunga ovazione nella piazzetta stracolma di Moresco, un piccolo borgo tra i più pittoreschi delle Marche. Ospite del pittore Tullio Pericoli e del Forum dei movimenti per la terra e il paesaggio delle Marche in una calda serata di agosto, Settis ha parlato delle Marche, “pensando all’Italia”. I suoi temi, la riscossa civile e la battaglia per l’ambiente e contro il degrado, sono quelli del suo ultimo libro, “Paesaggio, Costituzione e Cemento”, che ha riassunto con forza per i suoi ascoltatori, e nei quali il pubblico presente si è chiaramente riconosciuto. Più che la presentazione di un’ opera letteraria, sembrava l’illustrazione di un vero e proprio manifesto politico, quello riassunto nel titolo dell’ultimo capitolo del libro: “Noi, i cittadini”.

I comitati marchigiani organizzatori della serata erano, e sono, tutti impegnati nella promozione di una nuova legge regionale di iniziativa popolare “per la tutela del paesaggio, lo sviluppo ecocompatibile ed il governo partecipato del territorio regionale”, su cui inizieranno a raccogliere le firme tra poco. Questa proposta di legge è fondata su un principio chiave: il paesaggio è un bene comune, e va tutelato come tale. A questi comitati, molti dei quali nati sulla scia di scempi ambientali tentati (l’elettrodotto Fano-Teramo ne è l’ultimo esempio) o anche già compiuti, le parole di Settis sono suonate come musica quando ha dichiarato la sua convinzione che la Costituzione italiana sia: “un manifesto del bene comune”.

Non è un concetto nuovo per Settis, che lo ha già illustrato nelle sue numerose esegesi della storia e del significato dell’articolo 9 della Costituzione, (“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”) ma non lo avevo mai sentito enunciare con tanta forza e chiarezza. Anche se il termine “bene comune” non appare mai, secondo Settis la Costituzione lo definisce con chiarezza attraverso numerosi altri articoli, come l’articolo 41, che enuncia il principio di “utilità sociale”.

La forza del discorso di Settis derivava dal raccordo che ha saputo illustrare con dovizia di esempi, tra la lunga e venerabile storia del concetto della tutela del paesaggio nella storia e nella cultura italiana, con un’altra idea politica forte e anche dirompente nelle sue ultime manifestazioni: quella dei beni comuni e del referendum sull’acqua bene pubblico. E’ un concetto di cui la politica ai tempi dello spread si cura poco – che, anzi, osteggia, con ripetuti tentativi di rovesciare il verdetto del referendum del 2011 – ma che 27 milioni di elettori hanno dimostrato di capire e di avere bene a cuore.

Da una parte, come ha ripetuto Settis, ci sono quelli che vedono l’ambiente e il paesaggio come bene pubblico spettante all’intera comunità, mentre dall’altra ci sono gli “squali”. I primi sono quelli che vorrebbero conservare la terra per le generazioni future, mentre i secondi sono quelli che non riconoscono il paesaggio perché vedono solo “proprietà fondiarie” da sfruttare e monetizzare qui ed oggi, come il senatore nonché principe romano che nel 1909 seppellì la prima legge nazionale di tutela del paesaggio voluta da Benedetto Croce e (già allora!) da numerosi comitati locali – un senatore degno predecessore dell’ex-ministro Tremonti, che tentò addirittura di mettere un prezzo alle Dolomiti. C’è da osservare che anche se il grande economista John Maynard Keynes ridicolizzò simili esercizi come “l’incubo del contabile”, come ricordava Settis, certe cifre sparate da qualche ministro sull’occupazione che dovrebbe derivare dalle grandi opere sognate dell’attuale governo tecnico ci vanno vicino a loro volta.

La falsa dicotomia, secondo Settis, è quella che vede l’economia e l’ecologia in conflitto. Su questa premessa, come ha ricordato, dagli anni ’80 in poi l’Italia è stata devastata da innumerevoli condoni e deroghe ai vincoli ambientali, senza che ne derivi alcun vantaggio economico nazionale documentabile. Siamo sempre qui a parlare di crisi. La risposta del manifesto del professore si riassume in due parole: “legalità” e “moralità”. La prima nel nome della difesa della Costituzione — magari ripristinando l’articolo a difesa della “resistenza” cittadina voluto da Dossetti, che non fu approvato, perché ritenuto implicito, nel testo finale. La seconda onorando i nostri obblighi verso le generazioni future, garantendo il loro diritto ad una terra vivibile. “I cittadini”, disse Settis, “devono tentare di chiudere il varco tra i principi costituzionali e la loro messa in pratica. Nel nome della legalità”. Questo, aggiunse, “Non è anti-politica. L’antipolitica la fa chi distrugge la democrazia nel nome dei mercati”.

I cittadini presenti a Moresco hanno gradito, e si stanno mobilitando. Al cuore dei loro interventi c’era la rivendicazione di un diritto cronicamente disatteso in Italia: quello alla trasparenza e alla partecipazione alle decisioni che riguardano il territorio. E’ una rivendicazione che risuona in ogni riunione di 20.000 o più comitati attivi dalla Val di Susa fino alle rive devastate del Sarno. A Moresco un coltivatore della Valdaso ricordò che questa partecipazione è raccomandata dalla Convenzione Europea sul paesaggio, sottoscritta da 27 stati europei nel 2000 e ratificata nel 2006 anche dall’Italia. Lui non lo sapeva, ma a Settis quella convenzione non piace, la ritiene un pericoloso strumento di confusione che si sovrappone alla normativa italiana. Ma qui ritengo che Settis sbagli: la convenzione è uno strumento importante perché riconosce, come diceva il coltivatore marchigiano, che soltanto sensibilizzando e tenendo conto della percezione di chi ci vive, si può legittimare una battaglia per la tutela del paesaggio.