A Taranto è da mezzo secolo che non si può prescindere dall’Ilva (prima Italsider). Ma sono circa tremila anni che chi popola la Città dei due mari non vive senza consumare le proprie cozze. Eppure negli ultimi ventiquattro mesi è andata così: le più pregiate cozze tarantine sono diventate troppo velenose per essere consumate. E c’è chi propone di invertire nettamente la rotta. «I cittadini hanno voltato le spalle al mare, per scelte economiche, ma potrebbero riaffacciarsi alle sue coste e scoprire la ricchezza della propria identità: è il nostro contributo per risolvere un dilemma antropologico». Taranto, in questi giorni descritta dalla cronaca per via della vicenda-Ilva, nel conflitto agghiacciante che la dilania: per conservare il lavoro, si può rinunciare alla salute degli occupati e dei propri concittadini? Una scelta diabolica per il presente e il futuro, alla quale Angelo Cannata, uno dei promotori dell’associazione “Le Sciaje”, si oppone con una soluzione che parte dal passato: «Taranto è una città di mare e di pescatori, che in 150 anni ha sacrificato la propria vocazione naturale per costruire l’Arsenale e il centro siderurgico più grande d’Europa. In questi giorni, a causa dell’emergenza per la questione dell’Ilva, si pensa solo a rapidi correttivi. Eppure in ballo c’è il destino di una città. Che potrebbe ritrovarlo nelle sue radici».

In principio fu la cozza. È il mitile che caratterizza il mercato ittico della città pugliese: a Taranto si coltiva il Mytilus galloprovincialis, comunemente chiamato “muscolo”. Una cozza che ha alcune peculiarità organolettiche derivanti dal microambiente dove viene coltivata: il primo seno del Mar Piccolo, dove si concentrano infiltrazioni d’acqua dolce causate da fenomeni carsici. O almeno così è stato fino al 2010. Il mese scorso sono state bruciate altre tre tonnellate di cozze che provenivano dal primo seno del Mar Piccolo: il motivo è l’interdizione alla coltivazione dei molluschi che vige da due anni per i mitili provenienti da quella zona del mare. Perché? Nelle cozze ci sono tracce di diossina, policlorobifenili e alcuni metalli pesanti. Da dove arriva la contaminazione? «I motivi sono diversi», spiega Cannata «c’è un’idrovora che aspira l’acqua dal Mar Piccolo per il raffreddamento dell’impianto industriale dell’Ilva, che altera la temperatura del mare. Poi ci sono i lavori di cantieristica dell’Arsenale, dove i trasformatori di energia elettrica delle navi producono pcb. E quindi il cosiddetto “pozzo della vergogna”, all’interno dell’Arsenale, che si dice sia stato ricoperto da rifiuti tossici». Basti pensare che in una delle ultime relazioni, l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) consiglia addirittura il trasferimento degli impianti di miticoltura dal Mar Piccolo al Mar Grande, perché la situazione è ormai ingestibile. Secondo Cannata, si tratta di «una scelta temporanea, che diventerebbe definitiva e che farebbe comodo a chi vuole speculare grazie al nuovo piano regolatore».

Cozze amare, cozze velenose. Eppure sono questi mitili che insieme ai delfini (simbolo della città pugliese) caratterizzano identitariamente la storia e il patrimonio tradizionale di Taranto. «Per generazioni nella nostra città è stata tramandata l’arte del mare: al momento dell’industrializzazione questo scambio si è andato perdendo. Oggi lo stesso pescatore preferisce che il figlio lavori all’Ilva per avere un introito certo. Eppure sono gli anziani a darci coraggio per continuare». Cannata descrive il progetto di cui si è fatto portatore insieme ad un’altra decina di giovani concittadini: Le Sciaje. «Abbiamo scelto questo nome perché richiama nella tradizione tarantina il giardino del mare, dove si svolgeva la molliscoltura. Ma Le Sciaje è anche il toponimo di una località nel Mar Piccolo che esisteva dove oggi c’è l’Arsenale: la zona venne sbancata per fare posto ai bacini del Regio arsenale militare. Ed era un’area interessante anche dal punto di vista archeologico, sacrificata per esigenze strategico-militari». L’obiettivo dell’associazione, finanziata grazie ai fondi della Regione Puglia dedicati ai giovani, è la promozione sociale ma «piuttosto che rifugiarci nella protesta ambientalista fatta di slogan, noi proponiamo di prenderci cura del territorio», precisa Cannata. In che modo? Attraverso progetti concreti, dice il giovane tarantino. «Abbiamo allestito un’esposizione permanente della miticoltura nella Torre dell’Orologio della Città vecchia. Ci stiamo occupando della cura dell’area verde vicino l’Ilva, per rivitalizzare il parco letterario che lì esiste e monitorare il fiume Galeso da dove nascono i citri, che forniscono l’acqua dolce al Mar Piccolo.

E poi stiamo lavorando per ideare e realizzare un laboratorio di biologia marina nell’isola San Paolo dove sarebbe più facile assistere e tutelare i delfini, che prima si vedevano spesso e oggi sono rari, e le tartarughe Caretta Caretta, che si incagliano nelle navi container». Interventi reali finalizzati alla riappropriazione della propria vocazione marittima, per offrire un’alternativa di sviluppo alla città. Che è stanca di svendere la propria anima per il salario di un operaio.

di Gianluca Schinaia

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