Il Fondo Monetario Internazionale chiede all’Italia di diminuire il debito pubblico, che ha raggiunto il poco invidiabile primato di duemila miliardi di euro. Eppure Mario Monti aveva ricevuto l’incarico di formare un governo di tecnici dal Presidente Napolitano – al di fuori della normale prassi democratica – proprio per far fronte all’eccessivo debito pubblico e rimettere in ordine i conti dello Stato. Cosa che, a quanto pare, non funziona. Neanche lo spread, che nell’immediatezza delle misure intraprese dal governo era calato, adesso ha ripreso quota e si avvicina alla zona rossa dei 500 punti.

Un fallimento annunciato, che ha spinto il paese dentro una recessione che nessuno voleva (ma su cui sarà opportuno indagare), per far fronte alla quale si prevedono nuove misure, nuovi tagli, nuovi inasprimenti, nuovi sacrifici.

Qual è stata la strategia di Monti? Operare su due fronti che convergessero su un unico risultato: la diminuzione del debito. Da una parte ha aumentato le entrate, dall’altra ha ridotto le spese. Proprio come farebbe qualsiasi massaia alle prese col problema di arrivare a fine mese. Giusto. Ma a fare la differenza è la qualità dei tagli.

Quanto all’incremento delle entrate, il metodo è semplice e universalmente noto: aumento delle imposte dirette e indirette, tra aliquote IVA, IMU, accise per la benzina e balzelli vari. Niente patrimoniale e, soprattutto, niente inasprimento dell’IRPEF per i redditi maggiori.

Colpire tutti con la stessa intensità, ricchi e poveri, è colpire soprattutto i poveri e, con loro, il cosiddetto ceto medio, cioè la maggioranza della popolazione. Ma l’operazione ha il vantaggio di fornire maggiori introiti, perché, come tutti sanno, i ricchi sono pochi e riottosi a dare. La maggioranza, poi, non si lamenta, china il capo e si lascia tartassare per amor di patria.

Quanto alla diminuzione delle spese, che sarebbe stata la prima cosa da fare (la nostra massaia avrebbe ridotto subito il superfluo), hanno prevalso cautela e incertezza. E dire che di superfluo tra quei duemila miliardi di debiti ce n’era parecchio. Invece la scure di Monti è stata più leggera con la politica (numero dei parlamentari, costi dell’apparato, finanziamento ai partiti, abolizione delle province, pensioni d’oro, ecc.) e stranamente più dura con i servizi.

Cioè proprio verso quella parte dell’operatività dello Stato che è utile ai cittadini e con la quale si giustifica la sua esistenza. Lo Stato c’è, se ricordiamo bene, per garantire al popolo una serie di servizi essenziali, attraverso i quali si attua la democrazia. Che non è soltanto diritto di voto, rappresentanza e obbligo di pagare le tasse, ma soprattutto opportunità di accedere agli stessi benefici, di aver riconosciuto lo stesso trattamento, sanità, istruzione e la stessa dignità nel rispetto dell’eguaglianza.

La riforma Fornero ha sconvolto garanzie sindacali consolidate: rimaneggiato le regole del licenziamento (il famigerato articolo 18); l’indennità di disoccupazione e mobilità sostituita dalla più modesta ASPI (assicurazione sociale per l’impiego); aumento dell’aliquota contributiva per i lavoratori autonomi; creato il problema degli “esodati”, lavoratori che hanno perso stipendio e pensione per il cambiamento delle normative previdenziali. E infine il blocco degli adeguamenti di pensioni e stipendi.

Ora una domanda sorge spontanea: come può la libertà di licenziare (visto che questa ipotesi si sta verificando sulla pelle di centinaia di lavoratori) diminuire il debito pubblico? Era proprio necessario? O è una di quelle operazioni oblique che si prestano ad essere realizzate approfittando del calderone della crisi?

Crisi, cosa si fa in tuo nome! Quali e quante scempiaggini si compiono impunemente con questa scusa! Infine lo scandalo delle pensioni. Nel nostro paese l’INPS paga ogni mese pensioni che sono un’indecente miseria. Che non servono neppure a garantire il minimo vitale. Persone che ricevono 500 euro al mese di fronte a qualcuno che, dallo stesso Istituto, percepisce oltre 30.000 euro mensili. C’è un abisso tra quelle due cifre, aggravato dagli effetti della crisi, con i prezzi al consumo saliti sensibilmente. Chi non ha neppure il necessario e chi ha più del superfluo, perché deve essere anche difficile vivere con cifre del genere: ci sono limiti umani alla capacità di nutrirsi e di concedersi ogni lusso. E anche limiti alla decenza!

Nella società attuale non vige più il consumo vistoso, già vituperato da Veblen, il sociologo de  La teoria della classe agiata. Chi ha grossi redditi, o incassa ogni mese ghiotte pensioni d’oro, resta defilato. Non fa mostra di sé, non eccede. Tutto resta nell’ambito privato, invisibile ai più. Ma l’ingiustizia resta.