Ma perché proprio l’Ecuador? Perché Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks, ha deciso di rifugiarsi proprio nell’ambasciata di questo piccolo Paese sudamericano, nel cuore di Londra? Non è un caso. Tutto ruota intorno a Rafael Correa, presidente dell’Ecuador dal 2007, uno dei leader della nuova sinistra latinoamericana, amico di Hugo Chavez. E pure lui espressione di avversioni più o meno esplicite agli Stati Uniti. Correa e Assange si sono ritrovati proprio sul terreno della crociata anti States. Non solo: accusato in patria di perseguitare i media dei gruppi privati, vicini all’opposizione, Correa può ora riscattarsi agli occhi dell’opinione pubblica nazionale e internazionale correndo in aiuto del difensore per eccellenza della libertà di stampa (anche se un personaggio discusso e sempre più controverso come Assange).

Senza contare che il sostegno al giornalista australiano, condiviso dalla maggioranza degli ecuadoriani, può aiutarlo ad affrontare la sfida delle presidenziali del 2013. Ma chi è davvero Correa? Una figura complessa, a tratti anche spiazzante, perché privo, pure nell’apparenza (con le sue cravatte impeccabili), degli eccessi di un Chavez o di un Morales,  il leader boliviano. Socialista, ma anche cattolico praticante, Correa proviene da una famiglia del ceto medio-basso (il padre, a un certo momento, in difficoltà economiche, fece perfino la «mula», il corriere della droga verso gli Usa). Ma lui, tra mille difficoltà, ha svolto brillanti studi, laureandosi in Economia a Lovanio, in Belgio, e poi nell’Illinois, dove ha concluso brillantemente anche un dottorato di ricerca.

Correa non ha mai negato l’esigenza di un’economia di libero mercato. Ma sì, quella dell’esistenza di correttivi al sistema in un Paese così ingiusto come l’Ecuador. Ha varato programmi sociali e introdotto nuovi aiuti per i poveri. Ha anche rinegoziato con una buona dose di coraggio il debito pubblico, che con il pagamento degli interessi tarpava le ali a qualsiasi programma serio di investimenti. Lo ha fatto analizzare da un gruppo di esperti (anche stranieri) per stabilire quale fosse il debito contratto illegalmente da precedenti regimi dittatoriali. Alla fine ne ha annullato il 70%: una sfida niente male al Fondo monetario internazionale e, indirettamente, a Washington. Non è stata la sola: si è anche rifiutato di rinnovare l’accordo per la base militare Usa di Manta ed è risucito a far affibbiare alla nordamericana Chevron-Texaco una multa milionaria per risarcire i danni ambientali provocati dal gruppo petrolifero in Amazzonia.

Con l’aggravarsi delle condizioni di salute di Chavez, Correa sta diventando sempre più il suo sostituto sudamericano negli attachi a Washington, cavalcando anche un po’ furbescamente lo spirito predominante nell’area. Uno dei problemi del Presidente ecuadoriano, altrimenti molto popolare nel suo Paese, è il suo (cattivo) rapporto con i media privati, tutti legati all’opposizione. Macina una querela dietro l’altra per articoli giudicati diffamatori o critiche ingiuste. Lo scorso febbraio è riuscito a far condannare i più alti dirigenti di El Universo a tre anni di prigione e a 40 milioni di dollari di multa (anche se poi Correa ha concesso l’amnistia). La ragione era un articolo pubblicato dal principale quotidiano del Paese nel settembre 2010, quando contro Correa era stato tentato un putsch da parte di poliziotti ribelli. Per aver ordinato un assalto ai rivoltosi, El Universo lo aveva accusato di «crimini contro l’umanità». Reporters sans frontières aveva ammesso l’esagerazione di quelle affermazioni. Ma aveva anche puntato il dito contro la reazione di Correa. E, assieme ad altre Ong, critica ormai regolarmente i limiti imposti sempre più dal Presidente alla libertà di stampa. Ebbene, la vicenda Assange potrebbe aiutarlo a risalire la china.

Già dal 2010, quando il fondatore di WikiLeaks svelò il contenuto di centinaia di migliaia di documenti segreti della diplomazia Usa, Correa concesse il suo appoggio. L’anno scorso a Quito iniziarono a girare voci di un possibile asilo politico concesso all’enigmatico giornalista. Che, nell’ultimo talk-show da lui realizzato, in aprile, per la tv Russia Today, vicina a Vladimir Putin, aveva ovviamente invitato Correa. Il Presidente dell’Ecuador lo aveva definito «una persona calunniata e oggetto di un linciaggio mediatico». «Benvenuto nel club dei perseguitati», aveva detto ad Assange. Da allora è stata tutta un’escalation, fino alla decisione di ieri, di riconoscergli lo status di rifugiato politico. Sembra che in questo senso sia stata fondamentale la visita a Quito all’inizio del mese di Christine Assange, la madre di Julian. Che aveva incontrato a lungo Correa. Implorandolo di non lasciare solo il proprio figlio.