“I processi servono a stabilire la verità ancora più che a punire i colpevoli. E sulla trattativa Stato-mafia farò un film, perché bisogna raccontare tutto quello che è successo”. Sabina Guzzanti, regista, attrice, artista, come pochi sa coniugare al suo mestiere la passione per le battaglie civili e democratiche; film come Draquila o programmi televisivi come il recente Un, due, tre stella ne sono solo alcuni esempi. Non è abituata ai giri di parole, Sabina. E va subito al punto: “Le vicende della trattativa le conosco perché da un paio d’anni ci sto lavorando per farci un film. E voglio fare un film perché sono sicura che la maggior parte degli italiani, anche quelli che leggono il giornale più o meno tutti i giorni, abbia le idee confuse su come si collegano i fatti e soprattutto sulle loro implicazioni”.

Perché ha firmato la petizione del nostro giornale in difesa dei giudici di Palermo?
Perché le polemiche scaturite dalla chiusura dell’inchiesta della Procura di Palermo sono pretestuose e l’informazione è fuori fuoco: si è spostata immediatamente su altro, invece di continuare la ricerca della verità. Ho firmato per far presente insieme a migliaia di altri, che l’indagine sulla trattativa ci interessa, che la consideriamo un patrimonio comune. E’ un’inchiesta, quella dei giudici di Palermo, che serve a capire cosa è successo e anche in che modo e con quale criterio vengono sempre prese le decisioni nel nostro Paese.

Crede che la politica si stia comportando nel modo sbagliato? La solita difesa dei potenti?
Tutto questo ci racconta di una classe politica che sempre, a dispetto di ogni risultato reale, continua ad essere convinta di possedere una “saggezza” superiore a quella che ispira le leggi e la democrazia.

Rispetto alla trattativa Stato-mafia c’è chi minimizza, senza considerare una sentenza, quella della Corte d’Assise di Firenze nel processo al boss Tagliavia, che scrive già nero su bianco che una trattativa ci fu e che ci fu per un do ut des. Invece la classe politica si arrocca sul Quirinale: ormai la critica al capo dello Stato è diventata un tabù. È giusto così? Siamo matti solo noi del Fatto?
Questo forse è uno degli effetti più tangibili della trattativa: più della mancata riconferma dei 400 e passa 41-bis, più della corruzione materiale, più di ogni altra prova. Viviamo in un Paese in cui ci sono due idee di Stato, una delle due in piena contraddizione con la Costituzione, che si è conquistata con la prepotenza un posto nel dibattito pubblico dove ha lo stesso peso dell’unica idea di Stato possibile.

Cosa possiamo aspettarci dalla politica, rispetto a questa vincenda delle stragi del ’92-’93? Uno scatto in avanti, un riflesso di coraggio, o niente di tutto questo?
Su questo ci dovrebbe essere un dibattito pubblico vero, onesto e chiaro. Proprio ieri sempre lavorando al film, ho rivisto la famosa intervista a Falcone di Marcelle Padovani, la parte montata nel documentario di Marco Lillo e Udo Gumpel uscito con il Fatto Quotidiano tempo fa. Lei chiede a Falcone in nome di quale idea di Stato stesse rischiando la vita. Lui risponde che non ce n’è più d’una di idea di Stato. Che ce n’è una sola. Oggi chi si sentirebbe di fare un’affermazione del genere?

da Il Fatto Quotidiano del 15 agosto 2012