Le recenti questioni relative alle affermazioni dei colleghi Ingroia e Scarpinato, che personalmente condivido, dalle quali sono derivate “attenzioni” da parte del Csm meritano qualche riflessione in  merito al rapporto tra libertà di espressione e status di “magistrato”.

Se da un lato è comprensibile che i magistrati debbano tenere un riserbo consono alla propria attività, è però altrettanto vero che vi è un indiscutibile diritto alla esternazione del proprio pensiero, tutelato dalla Convenzione Europea per la salvaguardia dell’Uomo, che non può essere compresso con normative interne o, addirittura, di rango secondario.

Personalmente, anche nella mia qualità di presidente dell’AMI (Associazione magistrati italiani) ho sollevato già da tempo la questione innanzi alla Corte di Strasburgo, presentando un ricorso in merito alla compressione della libertà di pensiero dei magistrati amministrativi, che, non essendo oggetto di alcuna tipizzazione, può finire con il divenire oggetto di una valutazione non comprensibile (soprattutto a priori) da parte dei destinatari del dovere di riserbo (cioè i magistrati stessi).

Per comprendere la difficoltà della materia, faccio un esempio, che in parte riguarda proprio la attività della commissione allora presieduta dal prof. Nicolò Zanon (all’epoca membro laico dell’organo di autogoverno dei giudici amministrativi, ed oggi membro del Csm e tra coloro che hanno sollecitato le pratiche relative ai colleghi Ingroia e Scarpinato).

Secondo tale commissione, commette illecito disciplinare chi riferisce in una mailing list di magistrati la circostanza che un collega abbia intentato una causa di servizio per (documentata) ernia discale dovuta al sollevamento dei fascicoli processuali e poi abbia partecipato a maratone podistiche (che richiedevano la presentazione di certificati di idoneità agonistica alla corsa). Merita, del pari, una valutazione in sede disciplinare il magistrato che segnali all’organo di autogoverno e per conoscenza alla stampa che il presidente di una associazione di magistrati del Consiglio di Stato risulti tra gli iscritti in una lista di massoni (circostanza poi effettivamente riscontrata, ma senza alcuna conseguenza per il massone).

Non commette invece illecito disciplinare il predetto magistrato amministrativo massone in sonno che taccia in una mailing list di “cretinaggine” e bolla come “persecutori” i giudici ordinari che hanno indagato per gravi reati il Presidente del Consiglio di Stato, né il giudice che si vanta nella stessa mailing list di avere “fatto una puzzetta” avendo dietro un collega. Questi sono solo alcuni esempi, che rendono però comprensibile quanto sia difficile – in assenza di paletti precisi – comprendere cosa un magistrato possa o non possa dire.

Passando alla vicenda specifica, siamo proprio sicuri che la c.d. legge Mastella, la quale impone al pm di richiedere una preventiva autorizzazione al capo dell’ufficio prima di rilasciare una intervista, sia rispettosa dei precetti della Convenzione di Strasburgo? Personalmente ho molti dubbi.

E come potrebbe o dovrebbe essere valutato il comportamento dei magistrati (e non) facenti parte dell’organo di autogoverno, nel caso in cui la Corte di Strasburgo fosse adita dai colleghi e dovesse ritenere che sia stata commessa una violazione dei diritti umani (sotto l’aspetto della illegittima compressione della libertà di espressione) in danno, per ipotesi, di chi si sia definito “partigiano della Costituzione” o di chi abbia pronunciato un discorso in memoria del collega Paolo Borsellino, ricevendo centinaia e centinaia di consensi da parte dei colleghi? Evidentemente è una materia fluida, dai contorni incerti, che se da un lato può stroncare brillanti carriere, dall’altra richiede una precisazione di criteri e regole assolutamente chiare e univoche, in difetto delle quali (a mio modesto avviso) si viola la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Mentre anche io sottoscrivo senza riserve la lettera di solidarietà firmata da centinaia di colleghi … la parola passa a Strasburgo!