“Io non sono fatto per drogarmi e per imbrogliare. E psicologicamente e moralmente non ce la facevo più. Quel giorno potevo dire a mia madre di dire che non c’ero e non sarebbe successo niente. Ma alle Olimpiadi non sarei andato lo stesso. Non avrei mai trovato la forza di gareggiare”. Alex Schwazer confessa. Questa volta in conferenza stampa, davanti ai continui scatti delle macchine fotografiche. Prostrato dice, ancora tra le lacrime, che non vedeva che tutto questo finisse. Il marciatore, lasciato a casa dal Coni dopo la positività all’Epo accertata dal Wada, ha raccontato il suo inferno, lo squallore delle iniezioni che si è fatto da solo nel bagno di casa, dopo aver acquistato l’Epo in Turchia: un viaggio di tre giorni ad Antalia, ha spiegato, perché là non c’è bisogno di ricette. Ha dato 1500 euro in lire turche a un farmacista e si è procurato l’Epo, la rovina della sua vita. “Nessun altro è coinvolto, ho fatto tutto da solo” ha ribadito. Domani riconsegnerà tesserino e pistola dei carabinieri, per i quali per altro ha gareggiato finora. Ha anche aggiunto che non chiederà riduzioni di pena e che chi si dopa dev’essere squalificato a vita. La Procura di Bolzano ha aperto un fascicolo per un’inchiesta. Ci sono ancora chiaroscuri, c’è ancora qualche contraddizione, da capire se dipendano dal suo stato psicologico, ormai in cantina.

E l’ombra si allunga, nel frattempo, su Pechino, sul suo trionfo olimpico. I campioni di urina prelevati dopo la finale della 50 chilometri di marcia potrebbero essere sottoposti a nuove analisi, secondo il direttore dell’ufficio comunicazione del Cio Mark Adams. “I campioni rimangono a disposizione del Cio per alcuni anni, al momento non ci sono indicazioni sulla possibilità che i test di Schwazer vengano ricontrollati, ma non è una possibilità da escludere”. Schwazer ha ripetuto in tutti i modi che Pechino non va toccata, che allora aveva valori ematici da anemico, incompatibili con chi assume Epo. E l’atleta bolzanino è finito anche nel mirino di Anonymous che sul sito del marciatore ha oscurato l’home page con la scritta “No al doping”.

Schwazer ha raccontato un dramma che è andato oltre alla voglia di vincere. Ha detto che il suo sport ormai lo disgustava, che lo faceva per dovere, che nella vita non contano i risultati, ma altro, che non sopportava di leggere che “Schwazer è scoppiato, non ha testa”, che sentiva la responsabilità di essere l’unica speranza per l’Italia.

Il marciatore (ormai ex, si può dire) ha ricostruito la sua vicenda dal 12 luglio, giorno di un primo controllo antidoping ad Obertsdorf. Dopo quel prelievo ha iniziato a fare iniezioni di Epo. “Queste 3 settimane sono state le settimane più difficili della mia vita perché si dice sempre che con il doping uno va più forte, ma psicologicamente è stata una mazzata. Ogni giorno dovevo dire le bugie alla mia fidanzata. Mi alzavo alle 2, alle 3, alle 4, alle 5 perché dalle 6 potevano arrivare a fare un controllo antidoping. Dovevo dire alla mia fidanzata di non aprire perché sennò ero positivo”. A Carolina Kostner mentiva in continuazione: aspettava che la fidanzata andasse agli allenamenti per chiudersi in bagno e farsi le iniezioni. Tutte le bugie alla fidanza sono una cosa di cui, ammette, si vergogna.

Il 29 luglio, ha continuato, l’ultima iniezione: “A quel punto sono tornato a casa”. “Quando il giorno dopo hanno suonato a casa mia e sapevo che era l’antidoping, non avevo più forza di dire bugie a mia madre, di chiederle di non aprire. Non vedevo l’ora che finisse tutto”.

L’atleta altoatesino prova dolore. Prova dolore per se stesso, perché ha buttato anni di allenamenti. Per la fidanzata perché “non è stato facile dire che la medicina nel frigo era vitamina b12, dire questa bugia e mi vergogno tanto. Però lei non c’entra niente. E non è vero che non fa le gare per la mia positività”. Per il suo allenatore, Michele Didoni, che “spero che un giorno capisca perché sono arrivato a questo punto. “Adesso tutti dicono giustamente che sono delusi da me, ma ho fatto tutto da solo perché non volevo mettere nei guai nessuno. Non ho detto niente a nessuno per vergogna”. Ma il dottor Ferrari no, non c’entra. Il medico coinvolto in presunti casi doping nel ciclismo gli ha solo fornito “tabelle di allenamento” ha ribadito più volte, ma mai farmaci: “E’ un grande tecnico, non solo un medico”. Io non devo coprire nessuno. Se Ferrari mi ha dato dei farmaci io non ho problemi a dirlo. Ma non mi ha dato nulla. E questo vale per tutti: medici, massaggiatori, chi volete. Ferrari mi ha fatto solo delle tabelle di allenamenti. “Mi sono rivolto a Ferrari perchè nel 2010 volevo allenarmi in maniera mirata e non farmi il mazzo inutilmente. Quando Ferrari è stato coinvolto nel ‘casino’ con i ciclisti -dice ancora- gli ho mandato una email nel 2011: non volevo avere problemi, la mail sarà sicuramente rintracciabile”.

Quella di Schwazer è quasi un’autoanalisi: “Credi che tu possa vincere sempre. Poi cresci e ti fai sempre più domande. Io non ce la facevo più. Per il mio allenatore mi dispiace ed è dire poco e spero che per lui non ci saranno problemi. Io non sono fatto per drogarmi e per imbrogliare. E psicologicamente e moralmente non ce l’ho più fatta. Potevo dire a mia madre di dire che non c’ero e non sarebbe successo niente. Ma alle Olimpiadi non sarei andato lo stesso. Non avrei mai trovato la forza”.

La marcia a Schwazer ormai faceva quasi schifo: “La differenza tra me e Carolina (Kostner, pattinatrice e sua fidanzata, ndr)? Che lei fa uno sport che le piace. Nel mio sport dovevo solo faticare, faticare per 6-7 ore al giorno. Mi veniva la nausea. Se uno vuole cercare il risultato e ha delle ambizioni dice: va bene, è uno sport che mi piace. La differenza con carolina è questa”. “Se arrivi dietro sei un coglione – ha aggiunto più avanti – Non volevo essere giudicato da una sola gara. Così come non volevo essere osannato quando vincevo. Chi fa sport capisce cosa dico”. Capisce cos’ha fatto e ne capisce anche la gravità. Quasi lo fa passare come l’ultima fermata di un tunnel di malessere in cui è entrato molto tempo prima. 

“Non sta a me giudicare me stesso. Non posso dire come la gente mi deve giudicare, posso solo dire che ho fatto un grosso errore e in questo ho cercato di essere più onesto possibile, non chiederò riduzione di pena, chi viene trovato dopato va squalificato a vita. Spero che la gente mi veda come una persona, che purtroppo può sbagliare. Sono un caso estremo, mi sono dopato, ho confessato. Spero che la gente mi veda per quello che io sono e spero che valutino quello che sto facendo adesso”.

E ai ragazzi che fanno sport cosa si sente di dire? “Spero di essere un esempio per loro: di non fare questa cosa. La vita è tutt’altro. A casa ho 4 medaglie. Però la vita conta tutt’altro: famiglia, amici. Mettere tutto in gioco solo per andare forte a una gara non ha senso. Posso dirlo adesso che ho pensato a tutto quello che ho fatto. Chi davvero ha talento ce la metta tutta con passione, non con dovere (‘Devo’) può arrivare dove vuole. Io a pechino ho vinto perché ero sereno. Non pensavo a come doparmi. Posso solo dire: non fatelo. Non ha nessun senso”. “Purtroppo – conclude – nella vita uno può fare solo quello che sa fare, se uno fa quello che non sa fare sbaglia, come nel mio caso”.