Cercare di capire la decadenza sociale, economica e culturale in cui si trova l’Italia oggi guardando al passato. Alla radice di tutti i mali. E come farlo se non grazie allo sguardo lucido, disincantato e beffardo di Luciano Bianciardi, autore di “La vita agra”. E’ il tentativo di Chiara Ferrari, scrittrice piacentina che ha pubblicato la rilettura critica del romanzo del giornalista e traduttore grossetano, datato 1962.

L’inizio dei sessanta è l’età dell’oro del nostro paese, in particolare a Milano, dove lo scrittore arriva in quel periodo. E “se riesco a campare (…) la vita è agra, lassù” scrive. Quel lassù è la nascente metropoli fotografata negli anni splendenti del boom economico, dove tutto sembra possibile e quasi nessuno intravede le conseguenze, spietate, che la società dei consumi causerà ai suoi protagonisti. Quasi nessuno, tranne Bianciardi.

Un lavoro di svelamento e attualizzazione, nato prima di tutto per passione e tramutatosi in esigenza. Quell’istanza di rappresentare la realtà, anche nelle sue pieghe meno piacevoli, che è scaturito dai “Cantacronache”, sui quali ha lavorato prima di questa rivisitazione: “L’ho scoperto lavorando sugli iniziatori della canzone d’autore. E la loro esperienza si chiude proprio nel ’62, anno in cui esce questo romanzo. Ho trovato molte affinità tra le tematiche di ‘La vita agra’ e alcune canzoni di questi musicisti”.

“C’è l’inumanità cui è ridotta la folla delle metropoli, la nausea del traffico, il rifiuto del successo e l’ambiguo meccanismo della selezione, il rifiuto del consumismo, la satira del mondo editoriale. Insomma, una contestazione globale al sistema”. Lo scriveva già Geno Pampaloni nel ’74, nell’introduzione all’ennesima ristampa del romanzo. Lo riscrive la Ferrari, attualizzando questi temi alle soglie del 2013; e dopo quasi quarant’anni sembra che i disagi, così sentiti dallo scorbutico toscano tanto che lo porteranno a morte prematura, non siano mai stati descritti meglio.

“Bianciardi – spiega la piacentina –  “in ‘La vita agra’ mette in luce la realtà dell’Italia durante il ‘miracolo economico’ o la cosiddetta ‘Milano da bere’ ma, per la prima volta, ne fa emergere anche i lati oscuri”. Un paese che, al di là delle luci al neon delle insegne pubblicitarie, che a Bianciardi ostruivano persino l’unica finestra del suo appartamento milanese, così da acuire l’effetto claustrofobico di una vita già pressurizzata, mostrava ai suoi occhi la disumanità alla quale oggi sembriamo esserci abituati. “Aspetti diventati ormai evidenti, con la precarietà del lavoro. In particolare quello culturale” ha puntualizzato Ferrari parlando del suo riadattamento del famoso romanzo, dal quale venne tratto anche un film, omonimo, diretto da Carlo Lizzani e con protagonista Ugo Tognazzi.

Dall’analisi, pubblicata sulla rivista Bibliomanie.it, emerge anche un Luciano Bianciardi precursore dello spaesamento del cittadino di fronte alla politica, o meglio, ai partiti: “La vita agra mette in risalto la solitudine, la difficoltà a trovare gruppi con i quali condividere valori e lotte comuni. Da qui la fuga nell’anarchia. Che poi si è tramutata in autodistruzione”.

Il protagonista del romanzo, emigrato a Milano da un paesino della Maremma si aggira tra le nebbie della città con un progetto rivoluzionario: far saltare in aria “il torracchione di vetro e cemento” simbolo del potere, cioè la sede dell’azienda mineraria Montecatini, responsabile della morte di alcuni minatori a Ribolla, nel grossetano. Far esplodere il grattacielo in centro, provocare la stessa deflagrazione che fece crollare la miniera del suo paese, nel 1954, per uno scoppio di grisù. Un disastro in cui persero la vita 43 minatori, per negligenza, mancanza di sicurezza, ma soprattutto per gli interessi e il calcolo di un padronato che considerava il valore della vita umana pari allo zero: “omicidi bianchi” li chiamavano.

E’ attuale “La vita agra”. Sembra descriva l’Italia di oggi, un paese che perde i pezzi, in cui il lavoro è disumanizzato, oppure merce rara che ti obbliga a omologarti. E in tutto questo si accentua la spinta che descriveva l’autore, l’avvitamento verso un non ritorno dei valori.

In questa società Bianciardi imboccherà la strada dell’autodistruzione attraverso l’alcol, che lo porterà alla morte nel 1971, a soli quarantanove anni. “Anche nel romanzo il protagonista lentamente soccombe, il suo intento rivoluzionario si addormenta. Perché la città è un sonnifero, con il suo sistema alienante di regole, tempi, ritmi da rispettare in cui tutti sono perfettamente incasellati, è un sedativo contro ogni istinto di ribellione” leggiamo nella riscrittura odierna.

E’ un esempio, seppur in negativo, quello dello scrittore toscano e rivisto in chiave contemporanea da Chiara Ferrari. Può essere comunque quanto mai utile conoscerlo per non rischiare un giorno, poi non molto lontano, di perdere completamente la stessa natura umana. Quella che Luciano Bianciardi descrive con arguzia mentre passeggia per le vie della città: “Riesci a immaginare qui un bambino che giochi? L’altro giorno parlavo con mio figlio e gli promettevo le vacanze. Appena il tempo si fa buono ti porto in campagna, gli dicevo e ti faccio vedere gli animali, il somaro, la mucca, l’agnello. A si? Mi ha detto lui, allora mi fai vedere anche l’elefante? Capisci? Per lui ormai tutti gli animali sono esotici. Per lui la campagna è l’Africa”. 

di Gianmarco Aimi