Ravenna e Rimini come Amsterdam o Amburgo? Forse non proprio, ma quasi, se il punto di contatto tra le città romagnole e quelle del nord Europa è la politica adottata sulla prostituzione.

A farsi avanti per prima, in Romagna, è stata Ravenna con una proposta del sindaco Fabrizio Matteucci che dichiara di volersi prendere tre mesi di tempo per individuare 4-5 aree non abitate e ben illuminate che a rotazione sarebbero usate dalle lucciole. Dunque non proprio un quartiere a luci rosse, ma “aree dedicate” lontane dal centro e soprattutto dalla vista dei minori. A supporto dell’ipotesi di “zonizzazione”, Matteucci intende proporre anche un’ordinanza anti-prostituzione nelle zone abitate della città.

A Ravenna le prostitute (non più di una decina secondo il sindaco) stazionano nella zona della Rocca Brancaleone, in quella portuale del quartiere Darsena e nella frazione di Fosso Ghiaia. Gli obiettivi dei nuovi provvedimenti al vaglio sono la repressione del racket e la limitazione del degrado. Ma non sono le uniche armi che l’amministrazione imbraccia nel contrasto alla prostituzione. Da anni infatti il Comune di Ravenna svolge attività di recupero e di aiuto alle donne che si vogliono sottrarre allo sfruttamento, grazie a 3 progetti attivati in collaborazione con la Regione: si tratta di “Lunatica”, un’unita di strada che si occupa di prevenzione sanitaria, “Invivibile”, che interviene sulla prostituzione d’appartamento e “Oltre la strada”, dedicato a quelle donne che trovano la forza di uscire dal racket e denunciare il loro aguzzino.

Tre progetti che però devono fare i conti –precisa Matteucci- con la legge in vigore (la 75 del 1958, conosciuta come legge Merlin), “la quale non vieta la prostituzione ma neppure la consente; semplicemente ne ignora l’esistenza, con gli effetti che vediamo”.

È un ragionamento di realpolitik quello del sindaco, che parte da un presupposto: “A mio giudizio –afferma- la prostituzione è un fenomeno ineliminabile. È quasi impossibile, o almeno è difficilissimo contrastare quella di strada”. Pertanto Matteucci si spinge oltre dichiarandosi favorevole ad una legge che regolarizzi la prostituzione nel proprio appartamento, in forma legale e controllata” e condividendo così il disegno di legge presentato nel 2000 dall’ex ministro della solidarietà sociale Livia Turco.

Nell’impossibilità di riaprire le case di piacere, Matteucci apre alla zonizzazione, pur sapendo che si tratta di “una misura tampone, di riduzione del danno”. A questa soluzione aveva pensato, già nel marzo del 1999, don Andrea Gallo, che a Genova ha fondato una comunità di recupero per prostitute. “La prostituzione –dichiarò allora- non piace ai moralisti, fa venire i pruriti a tanti cattolici, ma è antica quanto il mondo e non si può cancellare: allora per eliminare lo sfruttamento creiamo un eros center, quella che in termini tecnici si chiama zonizzazione”. Contestualmente il prete di frontiera propose di considerare le prostitute lavoratrici autonome e di favorirne l’unione in cooperative.

Vicina alle idee di don Gallo è l’assessore ravennate alla sicurezza e alla polizia municipale Martina Monti, che si dice intenzionata a lavorare da subito con le unità di strada e conferma la sua sintonia con il sindaco Matteucci. “Auspico la riapertura delle case chiuse, non interi quartieri a luci rosse sul modello olandese, ma strutture controllate con assistenza medico-sanitaria e in regola con le tasse”. Questa la strada da seguire per Monti “fintantoché persisteranno gli attuali limiti normativi e non verrà abrogata la legge Merlin, che lascia le forze dell’ordine in un limbo”.

La legislazione nazionale sembra rappresentare per tutti l’anello che non tiene. Rimini ha risposto a quella che ritiene una vacatio legis con un’ordinanza comunale in vigore dal 1° luglio fino al 15 ottobre 2012 che vieta la prostituzione in alcune strade del centro, sul lungomare e le vie parallele, nonché sulla statale 16 Adriatica.

“Di fronte alle lacune di una legislazione nazionale come Comune di Rimini ci siamo impegnati a mettere in campo nuovi strumenti giuridici a disposizione delle forze dell’ordine”. Nello specifico “gli strumenti giuridici” di cui parla il sindaco Andrea Gnassi dovrebbero mettere la polizia municipale in condizione di sanzionare le lucciole colte in “atteggiamenti di richiamo, d’invito, di saluto allusivo” o quelle che vestono con “un abbigliamento indecoroso o indecente in relazione al luogo, mostrano nudità, ingenerando la convinzione di esercitare la prostituzione”.

La violazione dell’ordinanza prevede una sanzione da 300 a 500 euro, mentre l’inosservanza all’ordine di cessare il comportamento illecito e di allontanarsi da tutte le vie in cui è in vigore il divieto comporta la denuncia all’autorità giudiziaria, ai sensi dell’articolo 650 del codice penale per “inosservanza dei provvedimenti dell’autorità”.

Rimini dunque percorre la sua strada ed accoglie con un certo scetticismo l’idea della giunta di centrosinistra ravennate. Jamil Sadegholvaad, assessore alle politiche della sicurezza di palazzo Garampi, mette in luce un’ulteriore problematica rispetto alla proposta della zonizzazione: “Viviamo –afferma- in un territorio ampiamente urbanizzato ed è impossibile trovare un’area dove non ci sia nulla”.

Se la soluzione prospettata da Matteucci non incontra favore tra gli amministratori riminesi, diversa è la reazione degli imprenditori turistici, soprattutto gli albergatori di Miramare. Creare zone ad hoc per loro permetterebbe di evitare la presenza delle lucciole fuori dagli hotel, anche di giorno. È chiaro in merito Paolo Cassanu, titolare dell’albergo Bianca Vela: “Il problema qui a Miramare si sente eccome: i parcheggi sono pieni del risultato delle operazioni delle prostitute, c’è un gran traffico di automobilisti che accostano per contrattare e le famiglie che escono dall’hotel si trovano davanti signorine in desabillet a ogni ora. Nei Paese più civili e meno ipocriti la prostituzione ha luogo in stabili attrezzati. In mancanza di quelli può andare bene anche la proposta di Matteucci: qui a Rimini fare traslocare le lucciole alle Befane, al Centergross, o nella strada per San Marino sarebbe come mettere la polvere sotto il tappeto, ma almeno si libererebbe la zona turistica che d’estate è la vetrina della città”.

Diverso è il parere di numerose associazioni, tra le quali la Papa Giovanni XXIII, per la quale la proposta del sindaco ravennate non risolve il problema della riduzione in schiavitù delle donne costrette a prostituirsi.

Prevedibile è poi lo scontro su quali aree della città deputare alla “prostituzione controllata”. Chi accetterà di buon grado di vivere nelle zone rosse? C’è da credere che molti cittadini si dimostreranno liberali fintantoché la zona individuata dall’amministrazione comunale non sarà la loro.

A Ravenna comunque è ancora presto per poter dire se esisteranno e quali saranno le zone a semaforo verde per la prostituzione. La proposta del sindaco è nella fase embrionale e come precisa Stefano Rossi, comandante dei vigili urbani: “non è stata ancora oggetto di un confronto tecnico-operativo con la polizia municipale”.

Non manca poi chi, a palazzo Merlato, mette in guardia il sindaco sulla illiceità del suo disegno normativo. È Alvaro Ancisi, capogruppo di Lista per Ravenna che avverte: “Matteucci ha detto che ne parlerà col prefetto Bruno Corda, il quale non potrà evitare di ricordargli che, sul territorio nazionale, non esistono aree franche rispetto all’applicazione del codice penale che punisce “chiunque, in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti contrari alla pubblica decenza o atti osceni”.