Chiedono scusa per aver urtato la sensibilità dei credenti, ma le Pussy Riot si dichiarano comunque innocenti dall’accusa di vandalismo con l’aggravante dell’istigazione all’odio religioso, per la quale le tre ragazze russe rischiano fino a sette anni di carcere.  

Si è aperto oggi a Mosca il processo contro Nadezhda Tolokonnikova, Maria Alekhina e Ekaterina Samutsevich, tre esponenti del collettivo punk femminista diventato negli ultimi mesi una delle bandiere del movimento di protesta che contesta il ritorno al potere del presidente Vladimir Putin, insediatosi lo scorso maggio per il suo terzo mandato.

Le tre ragazze sono in carcere da marzo e il loro caso ha polarizzato la società russa, anche perché di mezzo c’è la chiesa cristiano ortodossa, i cui vertici accusano di blasfemia il gruppo. Lo stesso patriarca Kirill, autorità degli ortodossi russi già al centro delle critiche per il suo sostegno a Putin, definì l’azione un attacco alla Chiesa e all’identità russa.

Tutta colpa di un video pubblicato su Youtube in cui le ragazze in passamontagna colorato occupavano l’altare della cattedrale del Cristo Salvatore, la più grande chiesa ortodossa di Russia, per intonare una preghiera a suon di punk alla Madonna affinché aiutasse il Paese a sbarazzarsi dell’allora primo ministro che da lì a qualche settimana sarebbe stato eletto presidente al primo turno.

In realtà sull’altare le tre cantanti ballavano e mimavano di suonare, mentre altri filmavano la scena che si conclude con le ragazze che vanno via dalla chiesa.

Soltanto nella fase di post-produzione, come evidenziato da Radio Free Europe, il video si arricchiva dell’audio anti-Putin e della loro preghiera alla Madonna.

L’esibizione, sorta di flash mob, ricalcava altre azioni del collettivo come quella sulla Piazza Rossa a gennaio condotta al grido di “Rivoluzione in Russia”. Ma che soprattutto fu messa in scena all’apice delle proteste, le più imponenti nel Paese da anni, per denunciare le irregolarità durante il voto per la Duma a dicembre.

Ammanettate e dietro vetri antiproiettile, le tre Pussy Riot hanno dichiarato oggi la loro innocenza nella stessa aula dove fu condannato per la seconda volta l’oligarca Mikhail Khodorkovski, ex presidente del colosso energetico Yukos e altra prominente figura dell’opposizione a Putin, ora in carcere per corruzione, sebbene sul processo si addensino le ombre di una vendetta politica.

Non abbiamo mai insultato i fedeli, la chiesa o Dio”, ha spiegato Tolokonnikova in un comunicato letto dal suo avvocato, ammettendo però l’errore di aver scelto un luogo sacro come teatro dell’esibizione che aveva l’intento di essere ironica.

La performance, ha aggiunto Maria Alekhina, sarebbe potuta essere paragonata al massimo a una trasgressione, magari punibile con una sanzione amministrativa, ma è stata trasformata in un reato penale “per l’influenza dei politici, per spirito di élite e per colpa di leggi sempre più severe”.

Per Amnesty International sono prigioniere di coscienza. Da Sting a Bono Vox ai Red Hot Chili Peppers il mondo dello star system musicale si è schierato con le ragazze così come oltre 100 tra attori, musicisti e artisti russi che ne chiedono la scarcerazione.

La scorsa settimana tuttavia, il tribunale di Mosca durante l’udienza preliminare ha deciso che dovranno rimanere in carcere fino al termine del processo o almeno per altri sei mesi, fino a gennaio del 2013.

Mentre prosegue l’iter giudiziario delle Pussy Riot, un altro leader acclamato dell’opposizione rischia il carcere. Aleksei Navalny, blogger trentaseienne salito alla ribalta per le sue campagne anti-corruzione, è stato sentito dalla polizia nell’ambito delle indagini sulle perdite per circa 30mila di euro subite per alcuni contratti svantaggiosi da una società statale della regione di Kirov, ai tempi in cui il blogger era consulente del governo locale.

Il caso era già stato chiuso, ma fu riaperto lo scorso maggio per il sopraggiungere di nuove prove. Navalny, già arrestato due volte e rilasciato durante le proteste dei mesi scorsi, nega ogni coinvolgimento. Se condannato rischia fino a cinque anni di reclusione. Nelle settimane precedenti il blogger aveva pubblicato documenti che proverebbero come Alexander Bastrykin, potente capo del Comitato investigativo, tenne nascosto il fatto di aver preso residenza in Repubblica Ceca tra il 2007 e il 2009 comprando case e gestendo una società.

di Andrea Pira