Nei giorni successivi alla pubblicazione delle telefonate fra Loris D’ambrosio e Nicola Mancino, il magistrato aveva presentato le dimissioni al capo dello Stato, che le ha respinte. Lo si apprende oggi, per bocca del ministro della Giustizia Paola Severino, che ha partecipato al funerale del consigliere giuridico del Quirinale, mancato il 26 luglio scorso.

“Loris D’Ambrosio ha molto sofferto. Non riusciva a capacitarsi come potesse essere accusato, con tanta veemenza, di aver voluto interferire su indagini in tema di mafia, proprio la materia che aveva costituito il centro di un suo impegno così intenso”. Questo il ricordo del ministro Severino. Il titolare di Palazzo Piacentini ha parlato anche di un peso “insopportabile” per D’ambrosio che si è visto addebitata “l’accusa di avere mancato ai propri doveri, assolti, invece, sempre con proverbiale scrupolo e chiara lucidità”. Sempre per l’ex prefetto, il defunto non ha mai nutrito “acredine per quanto veniva ingiustamente detto e scritto su di lui”.   

In quei “difficilissimi” momenti, ha continuato la Severino, rivolgendosi al presidente della Repubblica, a D’ambrosio è stato di “grande conforto” il contenuto della lettera con la quale il capo dello Stato ha respinto le sue dimissioni e ha  manifestato e ribadito “tutto il suo apprezzamento per la preziosa ed insostituibile opera che, senza mai risparmiarsi, ha sempre svolto al servizio dello Stato”. Quella missiva è stata per il magistrato un palliativo a “quell’atroce rammarico” a cui ha fatto riferimento lo stesso Napolitano.

La Severino, che si è commossa fino alle lacrime, ha parlato di un momento in cui la polemica ha “travolto la ragione” e si è trasformata in “sterile scontro” invece che giungere a un confronto costruttivo sulla giustizia in Italia. Le diattribe hanno quindi generato “danni” ai cittadini grazie alla “cultura del sospetto” sul ruolo della magistratura che “sempre più deve riaffermare le proprie garanzie di autonomia e di indipendenza non solo su ciò che fa, ma anche su ciò che appare”.   

La Guardasigilli ha parlato di un uomo che “con acuta intelligenza, con assoluto impegno, con spirito di sacrificio e di servizio, con una disponibilità che non si piegava però mai alla perdita di indipendenza e di autonomia di giudizio. Proprio questa disponibilità – ha sottolineato – lo portava a rispondere a tutti, anche quando sarebbe stato più semplice rifiutarsi di ascoltare, ma sempre conservando alto ed intangibile il valore delle istituzioni e della legge”.