La dichiarazione è affidata a un post scriptum in coda a un pezzo che parla di Colombia, guerre economiche e nuovo colonialismo. Ma è una chiara risposta a chi desidererebbe il Movimento Cinque Stelle alleato in una strana coalizione composta da tutti coloro che non appoggiano il governo Monti, lanciata ieri da Antonio Di Pietro. “Il MoVimento 5 Stelle non si alleerà con nessun partito per le prossime elezioni e non ha ricevuto proposte da parte di alcuno” è la replica che si legge sul blog di Beppe Grillo. L’idea del leader dell’Italia dei Valori di una lista dei “non allineati”, insomma, è sopravvissuta meno di 24 ore.

Uno dei pochi che ha esultato è stato il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero. Dal resto è stato il gelo. A stretto giro di posta aveva risposto, ieri, poco prima che deflagrasse il caso Ilva, Nichi Vendola. “Io continuo a battermi perché possa essere possibile l’alleanza di centrosinistra come alternativa per il nostro Paese” aveva spiegato il leader di Sinistra Ecologia e Libertà. Un centrosinistra che Vendola immagina, ha spiegato “largo e forte”. Nessun nome e nessun cognome, ma il concetto è cristallino. Ora il rifiuto ad ogni alleanza del Movimento Cinque Stelle al quale basta un semplice post scriptum per negare l’appoggio a chicchessia. La proposta di Di Pietro peraltro ha avuto il risultato di trovare alcun sostegno fuori dal partito, ma anche di scatenare le proteste all’interno dell’Italia dei Valori, con i “colonnelli” Massimo Donadi e Nello Formisano sempre più innervositi dalla situazione. Il primo ha detto che l’idea di Di Pietro era una provocazione, l’altro che l’alleato naturale dell’Idv è il Pd e non certo Grillo. Il problema che resta è che al punto in cui siamo il Partito Democratico è sempre più lontano dal partito guidato da Di Pietro per i molti motivi che tutti ormai sanno: gli attacchi al Quirinale, le continue polemiche nei confronti degli stessi democratici, il linguaggio poco diplomatico utilizzato nell’opposizione al governo Monti. 

L’ultima in ordine di tempo che al Pd hanno digerito molto male è la pubblicazione del video nel quale il presidente del Consiglio e i capi dei partiti che lo sostengono (Alfano, Bersani e Casini) sono ritratti come zombie. Tanto che il leader dell’Udc – alleato in pectore del Pd – prima vi ha visto un metodo fascista (e Di Pietro ha replicato: “Lui c’ha governato, con i fascisti”) e poi, dopo il ps di Grillo sul suo blog per sgombrare il campo dagli equivoci su eventuali alleanze, su Twitter ha gongolato: “Oggi sembra che nemmeno Beppe Grillo voglia allearsi con Di Pietro. Della serie: chi semina vento raccoglie tempesta”.

Da un altro lato c’è che quella di Di Pietro potrebbe essere una strategia inevitabile, nel senso che sotto il profilo comunicativo “forte” i caratteri dell’ex pubblico ministero e del comico genovese si somigliano in qualche modo. Per questo rischiano di pestarsi i piedi e di litigarsi gli elettori. Quindi se non stanno insieme sono costretti a fare la guerra. O insieme o contro, anche perché Di Pietro assomiglia a Grillo (e viceversa) di quanto non sia con i partiti comunisti o con quello socialdemocratico di Vendola. Più volte, per esempio, lo stesso leader di Idv era stato sferzante nei confronti di Grillo: “Non basta protestare o gridare – ha ripetuto in più occasioni – Serve anche l’alternativa”. Oggi Di Pietro cambia strategia e lo fa in una posizione paradossalmente più difficile di quella dei Cinque Stelle, visto che nei sondaggi il movimento è stimati intorno al 17 per cento delle preferenze e l’Italia dei Valori intorno al 6-7. 

L’Italia dei Valori, come d’altronde Sinistra e Libertà e l’area comunista di Rifondazione e Pdci, ha d’altronde anche un problema non irrilevante: il pallino della legge elettorale è in mano ai due partiti più grossi – Pd e Pdl – e al Terzo Polo. Sono loro che sceglieranno, al netto di tutti i litigi di questi giorni su collegio uninominale e preferenze, le regole del gioco. La presenza o meno di tutta la sinistra-sinistra insomma sta tutta nella legge che il Parlamento partorirà, prima o poi (su questo il presidente della Repubblica è apparso a più riprese severissimo). Quindi necessariamente tutte queste forze hanno bisogno di una coalizione per poter contare su soglie prevedibilmente più basse di quelle che potrebbero essere fissate per i partiti che alle elezioni politiche si presenteranno da soli. 

Ma non è solo buona parte dell’Italia dei Valori a non poter accettare una coalizione che comprenda Grillo. Succede anche al contrario. Perché l’Italia dei Valori – il partito che pure più di altri si è battuto per la legalità a ogni costo, per i tagli dei privilegi, per l’eliminazione delle odiose prerogative della Casta – è pur sempre il partito che ha portato in Parlamento figure come Sergio De Gregorio, Antonio Razzi e Domenico Scilipoti, non proprio icone della gestione della cosa pubblica disinteressata e al servizio degli elettori. 

In realtà a leggere bene le dichiarazioni il gelo con il quale è stato accolta la proposta di Di Pietro non può certo meravigliare. Il sindaco di Napoli Luigi De Magistris sembra averlo capito da un pezzo: “Il quadro è in movimento – aggiunge – ci sarà un autunno caldo imprevedibile, ritengo improbabile che il Movimento 5 Stelle si allei con partiti presenti nello scacchiere tradizionale. Per quanto riguarda il movimento dei sindaci quella è una rete che ragiona per difendere il popolo, le comunità, per contare in politica per fare proposte e mi auguro poi per appoggiare lo schieramento migliore. Diremo la nostra dopo l’estate, ci sarà una cosa forte contro il governo e la maggioranza che lo sostiene”. Ecco: il movimento dei sindaci sì, potrebbe essere della partita dei “non allineati”, ma si parla di qualcosa che ancora non c’è.

E poi basta scorrere la dichiarazione di oggi di Gennaro Migliore, ex enfant prodige di Rifondazione ora in Sel con importanti incarichi di partito: “Sentire parlare di non allineati è come quando sento parlare Casini di fronte dei responsabili. E’ vecchissima politica. La nostra politica non può ridursi a schieramenti, dove non contano mai i contenuti. I problemi gravissimi del paese si devono affrontare cambiando la politica europea e rompendo con l’austerità di Monti”. Parole che già nella forma ricordano cento volte più il Pd che non Grillo. Migliore dice la sua anche sui Cinque Stelle: “Rispetto tutte le forze politiche e credo che il M5S sia un movimento che non va esorcizzato, tuttavia non capisco cosa potrei discutere con chi ritiene che destra e sinistra non voglia dir più nulla e che su tanti temi, a partire dall’Europa, ha una torsione molto conservatrice e nazionalista. Preferisco costruire un fronte largo, come quello che la Fiom ha convocato un mese fa, dove si discuta di proposte concrete e dove non si facciano solo calcoli elettorali”. Per dirla “alla europea” il punto di riferimento di Migliore, di Vendola e degli elettori di Sel è Hollande, non certo i Piraten tedeschi. Il fronte largo auspicato dalla Fiom cui si riferisce Migliore è quello già proposto durante la manifestazione di Roma, a fine maggio, quando scesero in piazza i comunisti di Rifondazione e del Pdci. Diliberto era sicuro: “Se ci mettiamo insieme con Vendola e Di Pietro arriviamo al 20 per cento”. Sinistra-sinistra, insomma, senza centro, ma neanche chi su tanti temi è “conservatore e nazionalista”.

Un’idea poi rinnovata all’inizio di giugno quando a una manifestazione della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici chiese una piattaforma comune per rimettere al centro la priorità del lavoro, per difendere chi ce l’ha, per crearlo per chi non ce l’ha. Ma proprio quell’occasione fu la prima in cui Bersani si “ribellò” ai continui attacchi di Di Pietro: “Basta diffamazioni” sbottò dal palco. Già lì, insomma, la foto di Vasto era bella che finita a coriandoli.