“Benvenuti nel Centro di chirurgia ricostruttiva genitale di Belgrado – si legge sul sito – La nostra principale attività è la chirurgia genitale maschile e femminile che include il trattamento di varie anomalie congenite, ma anche il cambio di sesso…”. Con tre ammiccanti puntini di sospensione a chiudere il periodo. Sotto, il prof. Miroslav Djordjevic ti guarda con l’aria di sufficienza e il sorrisetto soddisfatto di chi incassa decine di milioni l’anno. Lo fa grazie ai movimenti migratori di un turismo clinico che ha fatto della capitale serba la terra promessa per chiunque voglia cambiare sesso. Quella stessa Belgrado che il 10 ottobre 2010 vide piovere sul corteo del gay pride molotov e bombe carta che lasciarono a terra 140 feriti. Ma dove passare dal pene alla vagina, o viceversa, costa fino a cinque volte meno che negli Stati Uniti.

Lo switch del Paese ex comunista in tema di diritti civili scatta sei mesi fa. E’ lunedì 23 gennaio 2012 quando il Parlamento approva la legge che consente a chiunque di ridefinire la propria identità sessuale a spese del servizio sanitario pubblico. Martedì 24, nella capitale, il primo paziente uomo si risveglia donna sotto i ferri dei chirurghi dell’ospedale Front Narodni. Per i transgender del pianeta si dischiude un nuovo universo, ma le cliniche private lavorano a pieno regime da lustri. Nei 20 anni precedenti, erano state effettuate in tutto 150 operazioni: soltanto da gennaio sono state 100 le persone che hanno scelto Belgrado per compiere la metamorfosi, con 200 candidati in lista d’attesa solo al Front Narodni già ai primi di febbraio. La chiave del successo è racchiusa in due fattori: il prezzo e l’unicità dell’offerta nell’area dell’est Europa. Se in Gran Bretagna, dove l’operazione è coperta dal National Health Service, l’operazione costa 10mila sterline (12mila euro) e negli Stati Uniti per diventare uomo si spende fino a 50mila dollari (41.500 euro), in Serbia bastano 8.200 euro. Ma soprattutto “chi vuole cambiare sesso sceglie noi perché è considerato un appestato negli altri Paesi dell’area, come la Bulgaria, l’Ungheria, la Romania, la Turchia e la Grecia”, ha spiegato Miroslav Djordjevic al New York Times.

Ad indicare la via fu Sava Perovic. Urologo, nel 1989 cominciò ad operare dopo le preghiere di un paziente affetto da gender identity disorder, nell’ex Jugoslavia figlia della Chiesa ortodossa, Paese dal dna comunista in cui l’omosessualità fu legalizzata solo dopo il crollo del regime e dove la transessualità non veniva nemmeno menzionata nei testi di medicina. Perovic, che è morto nel 2010, praticava, si legge sul suo sito, “l’arte della chirurgia urogenitale”, con quell’aura mistica che avvolge i santoni pranoterapeuti di sovietica memoria. Venti anni dopo il mondo è diverso.

Una volta c’era Casablanca, oggi a Belgrado un intervento di sei ore ed è tutto finito. Niente operazioni multiple, si soffre una volta sola. Ma i rigetti post-operatori e le disfunzioni, quelli non te li toglie nessuno. Daniel, 25 anni, avvocato, sapeva “dall’età di 10 anni di essere un maschio intrappolato nel corpo di una donna”. Sulle rive del Danubio ci è venuto da San Pietroburgo: “La Russia è omofobica, qui ho ricominciato a respirare”. In tasca le lettere di due psichiatri che attestano il suo gender identity disorder, e i certificati che provano che è stato in terapia e fa la cura degli ormoni da almeno un anno. E’ la prassi. Nemmeno gli Usa possono competere. Marci Bowers è un’icona in materia: è stata ospite del Tyra Banks Show, special guest in un episodio di Csi e la Bbc le ha dedicato un documentario in sei puntate. Nata ‘Mark’ a Seattle, ora ginecologa a Trinidad, Colorado, ha operato più di 1.100 persone in 10 anni e fa notare che “in tutti gli Stati Uniti d’America soltanto cinque chirurghi praticano regolarmente il cambio di sesso”. Il problema, dice, è “il conservatorismo sociale combinato con le scarse conoscenze in materia”. L’ex comunista Serbia batte il presunto Paese delle libertà due a zero.