La crisi economico-finanziaria che ha travolto l’Europa dopo aver investito gli Stati Uniti, senza dubbio, pesa in modo più rilevante su alcuni Paesi europei tra cui il nostro. Pensare di reagire a tali difficoltà al di fuori dell’Europa può soltanto sollecitare istinti nazionalistici e favorire l’imbarbarimento dei processi capitalistici e speculativi. La via di uscita non può che trovarsi in Europa, in un’Europa democratica e sociale che mostri finalmente una dimensione politica ed abbandoni il suo profilo di organizzazione di natura meramente economico-finanzia.

Da tempo, infatti, ho evidenziato come sia emersa gradualmente, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, un’attenzione a livello normativo europeo per valori, estranei alla concorrenza ed al mercato, riconducibili direttamente a principi di natura sociale. In particolare, il principio di coesione economico-sociale e territoriale espressamente previsto dal Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, ma già introdotto con il Trattato di Amsterdam del 1997, dovrebbe fungere da un lato da argine all’applicazione dei principi concorrenziali e del mercato, quando si rischi di pregiudicare con la loro applicazione diritti sociali e, quindi, la stessa vita dei cittadini, dall’altro da valore rispetto al quale costruire un diritto pubblico europeo dell’economia in contrapposizione al diritto europeo dei mercati.

Da ultimo la Corte costituzionale, in relazione al diritto europeo, ha riaffermato che i Comuni possono legittimamente affidare i propri servizi a soggetti di diritto pubblico, al di fuori delle logiche mercantili, ancor più quando si tratta di servizi a carattere sociale.

Soltanto un’Europa fondata sul lavoro e su una dimensione sociale può aiutare i Paesi membri ad affrontare una crisi che li annienterà, annientando i cittadini, se saranno lasciati soli, ossia preda dei mercati. In un’economia globalizzata come quella attuale gli interventi di sostegno agli operatori economici, alle imprese, agli Stati, non possono che provenire da un’Europa politica.

L’Europa deve farsi garante e agire affinché il rigore non si trasformi in un soffocamento dell’economia. Uno Stato che attui una politica di solo rigore e, ad esempio, non si impegni in politiche sul lavoro e non finanzi ricerca e istruzione, non ha alcuna chance di crescita né di superare la crisi economica e sociale. Non ha alcuna possibilità di rimborsare il debito pubblico e resta, così, ostaggio delle agenzie di rating e dello spread, vittima dei mercati alimentando un inevitabile quanto pericoloso circolo vizioso. E’ proprio la crisi finanziaria che rende evidente ed urgente un chiara assunzione di ruolo politico da parte dell’Europa. Naturalmente, tale circostanza è tutt’uno con la democratizzazione delle istituzioni comunitarie. C’è bisogno, in altre parole, che si formi un indirizzo politico europeo democratico. E’ necessario individuare le finalità che l’Europa si propone di raggiungere che non possono risolversi unicamente nella garanzia della stabilità dei prezzi. Ciò richiede, però, che le istituzioni comunitarie siano espressione non dei tecnici, o, come spesso accade, dei Paesi forti, ma dei cittadini europei: c’è bisogno di un’Europa politica, espressione di democrazia partecipativa e diretta, dove il Parlamento, in un’ottica di reale democrazia della rappresentanza, possa acquistare un vero ruolo di indirizzo politico.