Londra 1908, la foto la conoscono tutti: Dorando Pietri che ondeggia di fronte al nastro d’arrivo, il corpo inarcato all’indietro. E di fianco a lui il megafonista. Anche l’esito della gara è nella storia: il piccolo maratoneta di Carpi taglia il filo di lana e sviene. Immediatamente gli applicano la respirazione bocca a bocca e il massaggio cardiaco. La gente rimane col fiato sospeso. La regina Alessandra, moglie di Edoardo VII, è suggestionata talmente da quelle immagini che sviene e poi si riprende. Per Dorando invece il calvario sembra interminabile: occorrono tre ore prima di dichiararlo fuori pericolo.

Il giorno dopo ecco la resa dei conti. Dorando è squalificato. Proprio all’ultimo metro, quando sembra che stia per ribaltarsi, il megafonista Andrews lo ha sorretto. A vincere Hayes. Tuttavia la regina lo vuole premiare ugualmente con una coppa. Dentro però, per la grande frustrazione di Dorando, non ci sono soldi, bensì una bandiera dell’Union Jack. Mentre Arthur Conan Doyle, che tra l’altro si trovava in campo al momento della gara, scrive: “Nessun romano antico seppe cingere come lui il lauro della vittoria alla sua fronte… la grande razza non è ancora estinta”.

E’ una delle pagine più epiche della storia delle Olimpiadi, in un certo senso è anche la nascita dello sport italiano moderno e dello sportivo moderno a tutti gli effetti: spettacolarizzato, schiavizzato dai regolamenti, dopato. Secondo la testimonianza di un ciclista, infatti, avrebbe ingerito atropina e stricnina all’altezza di Wormwood Scrubs. Occorre dire che allora non è che stessero molto attenti a ciò che ingerivano: quando il canadese Longboat va in crisi gli passano addirittura una bottiglia di champagne.

Fatto sta che grazie alla non vittoria di Londra Dorando diventa una celebrità mondiale: lo invitano a una sfida al Madison Square Garden, dove batte il rivale Hayes. E un giovane Irving Berlin ha successo con una canzone dal titolo Dorando. Mentre in patria il Corriere della Sera, che non era stato tenero con i Giochi londinesi, deve dargli spazio addirittura in terza pagina. Una specie di abiura. Solo il fascismo si dimenticherà di lui: morirà a San Remo nel 1942, dove faceva l’allenatore, senza particolari celebrazioni. Il suo mito sarà recuperato molti anni dopo, quando il piccolo garzone di Carpi diventerà il capostipite dei grandi maratoneti italiani “al gerundio”: Dorando Pietri, Orlando Pizzolato, Gelindo Bordin

Pochi sono però a conoscenza di un particolare su Dorando. E di un’appendice. Il particolare riguarda la durata della maratona di Londra 1908. La distanza tra Atene e Maratona, infatti, ossia la corsa pazza di Filippide da cui l’idea originale della gara, riproposta già da Atene 1896, è di 40 chilometri. A Londra nel 1908 si fa di più: il percorso parte dal castello di Windsor e arriva allo stadio olimpico: 41 chilometri e 843 metri. Non soddisfatti, all’ultimo momento gli organizzatori decidono di allungarla, in modo da far coincidere l’arrivo con il palco reale. Vuoi che la regina si perda i dettagli dello spettacolo? Altri 352 metri (da allora la maratona è di 42,195 metri). Ebbene, senza quel gentile dono a sua maestà la regina Alessandra, che per di più si sentirà male, Dorando avrebbe vinto la maratona, come si direbbe oggi, in scioltezza (entrò nello stadio con dieci minuti di vantaggio sul secondo). Di sicuro non sarebbe entrato nella storia, quello sì: ma avrebbe vinto.

Un altro divertente aneddoto è poco conosciuto: nel 1948 Londra organizza nuovamente le Olimpiadi. E Dorando Pietri, che la storia dei Giochi l’ha scritta, è invitato all’inaugurazione. Londra lo tratta come un grande divo e lui s’adegua, andando di banchetto in banchetto e facendosi fotografare a ogni passo. Dura poco. Passa una settimana e il Coni invia a Londra un telegramma con scritto: “Il vero Dorando Pietri è morto sei anni fa. Vi mandiamo la foto della lapide.” E il millantatore viene all’istante tradotto in carcere.