Rischio fallimento di un’impresa su tre entro il 2012. A questa conclusione arriva uno studio di Unimpresa (l’associazione di categoria delle piccole e medie imprese), che ha analizzato i dati sulle probabilità di ingresso in sofferenza entro l’arco di un anno. Possibilità stimata utilizzando indicatori ricavati dal bilancio dell’impresa e dalle segnalazioni delle banche alla Centrale dei rischi, che rilevano la presenza di tensioni sulle linee di credito. In termini assoluti, in difficoltà sono soprattutto le imprese del comparto servizi (30.134 su 101.257), manifatturiero (22.073 su 40.178) e delle costruzioni (16.129 su 32.402); in termini percentuali, stanno peggio i comparti dell’industria e dell’edilizia, con almeno un’impresa su due in sofferenza.

I dati statistici elaborati dal Centro studi dell’Unione nazionale di imprese sui bilanci delle banche provano che otto imprese in osservazione su dieci peggiorano la loro performance e salute finanziaria nei dodici mesi successivi al segnale di rischio. L’analisi delle probabilità di default entro il 2012 evidenzia un chiaro peggioramento rispetto all’anno precedente con un’impresa su tre che corre il rischio di fallire. A livello territoriale, risulta particolarmente aumentata la vulnerabilità delle imprese nel Mezzogiorno, secondo Unimpresa “più di quanto dicano i dati diffusi da Bankitalia: la probabilità di fallimento, soprattutto per problemi ambientali, sarebbe quasi doppia rispetto alla media nazionale”.

Secondo il Centro studi Unimpresa, “le sofferenze continuano a crescere a fronte di una limitata capacità delle banche di assorbire il costo del credito attraverso una innovativa strategia di gestione del credito problematico. Le banche stanno finanziando le imprese ancora in modo eccessivo, con scoperti di conto corrente; per le banche una forma tecnica vantaggiosa per i tassi applicati, sebbene assai rischiosa in presenza di una crisi diffusa di liquidità, secondo il monito del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco”. A determinare “una crescita esponenziale del rischio di fallimento” delle Pmi “è la somma di una politica finanziaria spericolata (troppa leva, credito a breve revocabile) dal lato dell’impresa, a una politica creditizia guidata principalmente dall’ansia di riduzione del rischio a breve”. Così è stato nel triennio 2009-2011 e sta continuando nel 2012, secondo i dati comunicati da Bankitalia.

“E’ inequivocabile – osserva il Centro studi Unimpresa – che a partire dalla metà del 2008 è cresciuto il rapporto tra il flusso di nuove sofferenze e prestiti, un indicatore che approssima il tasso d’insolvenza della clientela. Le esposizioni delle banche verso la clientela in temporanea difficoltà sono aumentate. I dati di conto economico dei principali istituti relativi al secondo trimestre del 2012 mostrano una netta crescita degli accantonamenti e delle rettifiche di valore, interamente ascrivibile alla componente relativa al deterioramento dei crediti, aumentata di quasi il 40%”.