MasterChef Usa, ovvero cinquantamila aspiranti chef pronti a sfidarsi per dimostrare le loro doti ai fornelli. Cento ce l’hanno fatta, tra loro un solo italiano. Luca Manfè, 31 anni, friulano ha “sfidato” il trio composto da Gordon Ramsay, Joe Bastianich e Graham Elliot, con un piatto di fegato alla veneziana. Luca, professione manager di sala, vive a New York da sette anni ed è sposato con un’americana; si è presentato in puntata con un elegantissimo completo nero, giacca e cravatta, e ha esordito con un italico “Buonasera signori, I look good, eh?”. 

Facciamoci raccontare il dietro le quinte del talent show culinario più seguito d’America. Un po’ ardita la scelta del “calf’s liver Venetian style”…
Sì, in effetti sono stato in dubbio fino all’ultimo se presentare un piatto così poco noto in America, ma poi mi sono deciso: il fegato alla veneziana è il piatto che più mi rappresenta, quello che mi ricorda la mia infanzia in cucina con mamma e nonna. Alla fine l’unico che l’ha apprezzato davvero è stato Bastianich, perché è di madre triestina e vive sei mesi all’anno in Italia. Anche per lui è un piatto che gli ricorda home. Gli altri due chef invece si sono limitati a giudicare la tecnica del piatto e, onestamente, il fegato era cotto medium, invece che al sangue, come qualche ristorante stellato lo serve. Detto questo, sono sicuro che qualsiasi persona che conosce la ricetta l’avrebbe apprezzata: è così che si fa nella maggior parte delle case italiane.

Quindi com’è andata a finire?
Alla fine è arrivato il sì di Bastianich e il no secco di Elliot. Chef Ramsay, invece, ha titubato parecchio prima di prendere la decisione, c’è stato un momento in cui sembrava dicesse di sì. Ha anche detto che è evidente che so cucinare e che ho una grande passione per il cibo, ma che tuttavia secondo lui il piatto non era all’altezza della competizione. Però, subito dopo il no, ha aggiunto un’altra cosa: mi ha chiesto di ritornare alla prossima edizione, il che non è mai successo prima.

Allora speriamo di rivederti presto. Che impressione hai avuto, invece, di MasterChef? 
È stata una grande esperienza perché ho avuto la possibilità di incontrare persone provenienti da tutta l’America. Devo dire, però, che il livello della competizione è meno alto di quanto pensassi, anche se i 18 concorrenti scelti per la fase finale sono sicuramente all’altezza. Io sono nuovo al mondo della televisione: il dietro le quinte è stato incredibile, ad ogni puntata lavora una squadra enorme. Anche il casting è stato perfetto, ci hanno messo su un aereo, ci hanno fornito alloggio e rimborso spese. In generale la mia impressione è stata ottima. Ho avuto anche una sorpresa in studio a Los Angeles: mentre cucinavo hanno fatto entrare mia madre, facendola arrivare direttamente dal Friuli!

E dei conduttori cosa ci dici, sono così terribili?
Non ho avuto l’impressione che molti hanno di loro, cioè che siano bossy, arroganti o presuntosi. Tutti e tre sono stati colpiti dalla mia personalità, ho rotto il ghiaccio fin dall’inizio. Gordon si è divertito molto con le mie battute e Bastianich mi ha preso particolarmente a cuore, anche perché veniamo dalla stessa regione. E pure lo stesso Elliot, che sembrava quello che avesse apprezzato di meno il piatto, in diretta su Twitter ha scritto: Luca is a great guy. Credo che siano stati in dubbio sino all’ultimo se darmi la possibilità o meno di andare avanti: anche per questo mi hanno chiesto di tornare. Forse hanno pensato che non ero pronto quest’anno, ma il prossimo sì.

Che modestia… Non ti pare di essere un po’ troppo self confident?
Assolutamente no. Anzi, ero sicuro di essere pronto già quest’anno. Non avevo dubbi sull’essere preso: se avessi avuto un milione di dollari l’avrei scommesso (e l’avrei anche perso!).

Secondo te perché gli americani sono così ossessionati dai programmi di cucina?
Dire che l’americano medio non sa mangiare è un’affermazione antica. I programmi e i canali di cucina stanno aumentando a vista d’occhio e hanno tutti moltissimo successo, anche perché sono legati a grandi chef. Questo significa che chi li segue ha la possibilità di andare nei loro ristoranti e di vedere con i propri occhi. In generale, noto un grande interesse da parte degli americani nel migliorare la conoscenza del cibo, non solo della cucina italiana.

Tu sei un manager di sala nei ristoranti di lusso a New York. Com’è l’alta cucina italiana nella Grande Mela?
New York è il centro del mondo per qualsiasi cosa, tecnologia, moda, finanza, ma anche cibo. Non credo che in nessun altro posto al mondo ci siano 27mila ristoranti. E, chiaramente, i migliori chef vogliono venire a cucinare qui. Ci sono moltissimi ristoranti italiani e quando ti siedi a tavola non hai l’impressione di essere dall’altra parte dell’Oceano. Se devo essere sincero, però, suggerirei ai miei connazionali in vacanza di provare cucine diverse, perché in Italia mangiano le stesse cose spendendo molto meno.

Ma quindi, alla fine, meglio un lavoro da Cracco in Italia o da Batali a New York?
Batali a New York, indubbiamente.

di Natascia Gargano