È una relazione “pericolosa” quella tra Nazioni Unite e compagnie di sicurezza private. L’Onu fa sempre più affidamento alle società di contractor. Ma questa esternalizzazione, alla lunga, aumenta il rischio di attacchi anziché proteggere funzionari, personale e uffici. Oltre a porre problemi etici per un sistema difficile da controllare e dove spesso chi sbaglia non risponde dei propri errori. Come si legge nell’ultimo rapporto dell’osservatorio Global Policy Forum, negli ultimi anni il Palazzo di Vetro ha fatto ricorso alla sicurezza privata per un numero sempre maggiore di servizi concedendo alle società di influenzare le decisioni a riguardo e spesso chiudendo un occhio su condotte non proprio irreprensibili: dall’uccisione o abusi sui civili a cattive gestioni finanziarie, al contrabbando di armi delle quali si rifornivano parti in conflitto.

Il ricorso alla sicurezza privata ha avuto inizio negli anni Novanta del secolo scorso, a sostegno delle missioni di peacekeeping in Somalia, nei Balcani e in Sierra Leone. La guerra contro il terrorismo lanciata dopo gli attentati dell’11 settembre e l’attacco alla sede Onu di Bagdad nel 2004, in cui persero la vita 22 funzionari, fu uno spartiacque per il successivo boom del fenomeno simboleggiato nel 2005 dall’istituzione del Dipartimento per la sicurezza e la salvaguardia (Dss). È però dal 2006 che il numero dei contratti iniziò a lievitare per un valore che tra il 2009 e il 2010, ultimo anno per cui sono disponibili dati, è passato da 44 milioni di dollari a 76 milioni, con un aumento in un solo anno del 73 per cento.

Cifre che rischiano tuttavia di essere al ribasso. Mancano per esempio i dati di alcune agenzie tra cui l’Unicef e in alcuni casi si tratta di dati incompleti. Analizzando le cifre del 2010 si scopre che la maggior parte dei contratti, per un valore di 30 milioni di dollari, riguardano il Programma Onu per lo sviluppo (Undp), seguito dalle operazioni di peacekeeping, 18,5 milioni, e per la protezione dei rifugiati, 12,2 milioni di dollari. L’elenco dei servizi offerti comprende pattugliamenti armati e non armati, la scorta ai convogli, l’addestramento del personale Onu e la logistica. Le società private rispondono alla necessità di maggiore sicurezza e forniscono un genere di assistenza che non può essere trovata altrove, spiegano i funzionari cui è stato chiesto il perché di questa scelta. Le motivazioni sono soprattutto tre: riduzione dei costi, la possibilità di impiego immediato dei contractor e la propensione a considerarli come “l’ultima risorsa” quando tutte le altre ipotesi per garantire la sicurezza sono state scartate.

Tra i funzionari intervistati da Lou Pingeot serpeggiano tuttavia dubbi sull’esternalizzazione. Il primo riguarda il rischio che la scelta di affidarsi ai privati possa compromettere l’incolumità del personale. Timore messo nero su bianco nel 2002 in un rapporto del segretariato generale dell’Onu in cui si sollecitava il rimpiazzo delle guardie private con personale interno. Molte delle compagnie impiegate sono state inoltre implicate in scandali che ne hanno minato la credibilità nel campo dei diritti. La statunitense DynCorp nel 1999 fu coinvolta in un presunto caso di tratta di schiave in Bosnia e più di recente in operazioni di rendition, come rivelato nel 2011 dall’Associated Press. Sulla britannica G4S pesano invece le accuse per il trattamento riservato a migranti e richiedenti asilo nei centri di accoglienza. In sede Onu, come sottolineato sia dal rapporto sia dal portavoce del Palazzo di Vetro, Martin Nesirky, si discute di una bozza di linee guida per regolamentare al meglio l’uso di soldati privati e società di sicurezza. Tra i nodi da risolvere c’è la capacità di lobby delle aziende, per la maggior parte statunitensi e britanniche, e la loro influenza sui rispettivi governi. Riformare l’esternalizzazione della sicurezza, conclude il rapporto, fa parte del più ampio dibattito su come riformare le Nazioni Unite e sugli scopi dell’organizzazione.

di Andrea Pira