Venticinque lettere dal carcere per denunciare la “tortura” del carcere, per raccontare dell’amico Ikea (nomignolo per un detenuto che sa fare mobiletti con le scatole, ndr), per elencare le brutture di San Vittore – scarafaggi e risse, un’evirazione e botte – e poi per polemizzare con i quotidiani che scrivono di lui e infine con i magistrati di Milano. Antonio Simone, ex assessore alla Sanità negli anni ’90, amico di Roberto Formigoni, è in carcere dal 13 aprile quando fu arrestato insieme ad altri per l‘affaire Maugeri, costola dell’inchiesta San Raffaele, manda al settimanale “Tempi” le sue riflessioni. Pubblicate regolarmente dal magazine di area di CL. Di Simone, ciellino, aveva parlato il braccio destro di Pierangelo Daccò, l’imprenditore che pagava le vacanze al governatore lombardo, riferendo che gli erano stati dati 500 mila euro, ma poi era arrivata l’indagine della Procura di Milano su fondi sottratti alla clinica pavese. 

Ebbene Simone, che aveva un ufficio nella redazione del magazine, in una sorta di diario carcerario si scaglia contro  i magistrati che lo tengono in carcere, minaccia il suicidio. “Prigioniero della politica. Sono in carcere da tre mesi perché per i pm non dico ‘tutto’, cioè non confermo le loro ipotesi accusatorie. Contro la legge, con un uso strumentale e folle di disposizioni reiterate solo grazie all’insipienza di un ceto politico e di un sistema giudiziario sempre in lotta col berlusconismo (che quindi tace), sono istigato continuamente a dire il falso (cioè che ho corrotto qualcuno) ed istigato al tentato suicidio come unica possibilità di risposta al sequestro della mia persona. La mia vita resta l’ultima arma disponibile per denunciare i metodi staliniani di odio politico che i pm usano in questo caso. Io mi appello a quanti hanno ancora a cuore la libertà e il diritto come base della nostra società: politici, magistrati, istituzioni, società civile. La tortura (perché il reato non viene introdotto nell’ordinamento?) è in questa fase la carcerazione preventiva trasformata in condanna preventiva su motivi inesistenti, sistema escluso dal nostro ordinamento. Presto, utilizzando in maniera folle disposizioni giuridiche, chiederanno il processo immediato per raddoppiare i termini della custodia (condanna) preventiva (da 6 mesi a 12 mesi) per portarmi a processo in stato di detenzione, così rendendo più difficoltosa ogni mia possibilità di difesa: recuperare documenti, incaricare consulenti… Tutto questo perché non accuso Formigoni (indagato nell’ambito della stessa inchiesta per corruzione e finanziamento illecito), né Lucchina e tantomeno altri funzionari della sanità? Se lo facessi, avrei detto “tutto” e potrei andare a casa? Sono in attesa della fissazione di un ricorso in Cassazione, slittato di oltre 40 giorni per il ritardo del deposito delle motivazioni del tribunale del Riesame, che ha deciso in 48 ore di rigettare tutto e ha impiegato 40 giorni per dire perché. Ora chiedo solo che ciò che a me è successo possa interrogare la libertà di ciascuno, avendo il solo coraggio di non nascondersi intorno ad un ruolo che non compete. La giustizia non può essere sottoposta ad odio politico-ideologico e sarebbe troppo facile per ciascuno dire ‘io non sono così’ per tacere”.

Simone, che in un interrogatorio del giugno scorso si sarebbe in qualche modo conferito il ruolo di sponsor della legge regionale del 2007, si difende, cita don Giussani e T. S. Eliot per rivendicare l’appartenenza a Comunione e Liberazione, “si vergogna” perché alcuni pregano per lui. Al quotidiano la Repubblica, che continua a pubblicare notizie, dice di volere concedere una intervista ma detta le condizioni e al direttore Ezio Mauro dice di essere ronto.  Nella nona lettera parla di dimissioni dall’umanità: Dimettersi dalla infame condizione di esseri umani capitati qui per vari motivi. Noi tutti 1600 (è il numero dei detenuti nel carcere milanese di San Vittore, ndr) vorremmo dimetterci da questa strana situazione in cui non siamo trattati da uomini (e non per colpa dei secondini), anche se uomini continuiamo a essere”. Anche la moglie di Simone si  rivolta ai giornali in alcune occasioni, in una in particolare a pochi giorni dall’arresto del marito descriveva la vita sugli yacht di Daccò.