Redazione romana, stanze ombrose, Michele Santoro è in tenuta sportiva. Ha appena firmato il contratto con La7, lo sbarco avviene con un anno di ritardo. Il nuovo inizio del giornalista ricomincia con il passato più recente: “Vedi, i telespettatori ci versano ancora dieci euro per Servizio Pubblico. Non celebriamo qualcosa che finisce, ma festeggiamo un progetto che avanza”.

Adesso cos’è cambiato, perché siete riusciti a trovare l’accordo saltato dodici mesi fa?
Tante cose, tutte fondamentali. Arriviamo a La7 dopo un lungo percorso: centomila italiani hanno pagato per avere una trasmissione libera, per 26 volte su 27 abbiamo battuto proprio la rete di Telecom facendo informazione attraverso una multi-piattaforma. Non credo che chiunque l’avrebbe fatto… Ora c’è un soggetto imprenditoriale con un carattere sociale che si chiama Servizio Pubblico. La7 è un’evoluzione, direi quasi naturale. Il canale sarà diverso e raggiungerà un pubblico più ampio, ma avremo lo stesso studio, stesso gruppo, e saremo sempre in diretta da Cinecittà.

Non teme censure, quelle che la spinsero a mollare l’ultima volta?
Sono ottimista. Perché Servizio Pubblico è una società (Zerostudio’s, il Fatto detiene il 17,4%, ndr) che consegna un prodotto chiavi in mano . La7 ci garantisce libertà editoriale, e noi rispetteremo le leggi. Faremo il nostro mestiere, ma non saremo dipendenti interni. Noi siamo nati grazie a centomila italiani e stranieri che credono nel concetto più cristallino di servizio pubblico, un’idea per il momento impensabile in questa Rai.

Che deve pensare chi vi ha aiutato con dieci euro e ora avrà tante domande per voi?
I nostri sostenitori ci hanno donato dieci euro per avere un programma libero, e ci siamo riusciti. Non soltanto abbiamo fatto quello che ci chiedevano, cioè una stagione di televisione indipendente, ma non abbiamo sprecato un centesimo. Queste risorse restano nel progetto sociale di Servizio Pubblico, che a luglio darà un premio ai giovani reporter, che avrà uno spazio su La7, che ha un sito operativo, che farà documentari e mi auguro anche film. La rivoluzione non era andare sulla piccola tv locale, ma conquistarsi autonomia. Noi siamo una fabbrica culturale e un movimento che vuole riformare la televisione.

Non è preoccupato di lavorare per una televisione che Telecom ha messo ufficialmente in vendita?
Anzi, è una sfida che mi affascina. Il panorama televisivo è in continua trasformazione. La7 e Rai2 sono fondamentali per i prossimi equilibri, per il duopolio che si sfarina sempre di più, e noi siamo felici di giocare un ruolo in questa delicatissima partita.

Servizio Pubblico si alternerà il giovedì con Piazzapulita, com’è il suo rapporto con Corrado Formigli?
Noi andremo in onda dal 25 ottobre, poi faremo la pausa natalizia e riprenderemo per seguire la campagna elettorale e la nascita del prossimo governo. Avremo la parte di stagione più importante, faremo almeno 24 puntate, esattamente quello che avevamo chiesto. Abbiamo lavorato tanti anni insieme con Formigli, si è formato con le nostre esperienze. E ha dimostrato di poter condurre un programma, come sostenevo da sempre. Io stesso avevo spiegato a La7 le sue capacità di conduttore. È mia intenzione andare sempre di meno davanti alle telecamere nel corso del tempo.

Vuole ritirarsi?
Forse è troppo di moda, ma posso dire che questa potrebbe essere la mia ultima stagione a condurre un programma con tante puntate. Questa è la mia volontà, poi vedremo quel che succede. Non dico niente di definitivo. Dovessi andare in Africa, ve lo direi quando sarei lì.

La Rai è morta o cosciente?
Ci penserei mille volte prima di seppellirla. Ci chiamiamo Servizio pubblico perché tendiamo verso la Rai, crediamo in una televisione che non si concentri soltanto sul mercato. La Rai è troppo importante. Per questo con Freccero ci siamo candidati, pensavamo di avere i titoli a posto. Vorrei conoscere i criteri con cui la Commissione di Vigilanza ha scelto i sette consiglieri d’amministrazione.

Chi le piace dei sette?
Paradossalmente potrei dire che quello più competente è quello più distante da me, Antonio Pilati. Viviamo nel mondo che ha disegnato lui con la legge Gasparri. Gli altri sono la solita storia.

E Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi?
Ovvio che Colombo ha una straordinaria qualità morale e che la Tobagi è una donna giovane e dinamica, ma perché il Pd si è tirato via delegando la propria responsabilità a quattro associazioni? Per andare contro la logica di lottizzazione, la Vigilanza poteva leggere e analizzare i quasi 400 curricula e comunicarci quali sono le caratteristiche più adatte per la televisione pubblica. Mario Monti ha spedito i tecnici. Troppa grazia San Mario. Stesso dubbio: con quali criteri? Li ha scelti per i conti? Tanti dirigenti di viale Mazzini sanno fare bene i conti.

Rimpiange la coppia Paolo Garimberti-Lorenza Lei o Mauro Masi?
Non raggiungo questi livelli di depravazione. Chi avrà il coraggio di fare un timido passo in avanti farà certamente meglio di Garimberti. Il solito discorso: se uno critica Monti, allora rivuole Berlusconi. Non è così. C’erano forti speranze su Monti. Queste indicazioni le ha fatte di sua spontanea volontà o le ha contrattate con il Cavaliere? Io andrei per la seconda ipotesi.

Cosa farà per piacere a Beppe Grillo?
Io non devo piacere a Grillo. L’ho sempre considerato un fenomeno da raccontare. Quando mi ha criticato con leggerezza, gli ho risposto con un segnale: ascolta, senti com’è facile dire vaffanculo. Non ci siamo chiariti e non c’è bisogno di farlo. Capisco che lui debba difendere la sua impronta di uomo contro.

Voterà una lista civica?
Facile: chi vuole fingere un rinnovamento che non c’è, può usare questo trucco. Questa è la cattiva copia di un’ottima intuizione di Grillo. Lui ha parlato di un panorama politico desolante ed è riuscito a creare entusiasmo. Io credo in una democrazia con i partiti. Non posso negare che siano quasi defunti, ma questo mi inquieta terribilmente.

Da Il Fatto del 6 luglio 2012