È arrivata, col passo lento del pachiderma, ma alla fine la Giustizia è riuscita a punire gli autori della notte più buia della democrazia italiana. Le condanne che la Corte di Cassazione ha confermato sono pesantissime e individuano nella catena di comando, che la sera del 21 luglio 2001 ordinò, coordinò ed eseguì il blitz alla scuola Diaz di Genova, i responsabili della “macelleria messicana”. Nei corridoi di quel vecchio istituto dove dormivano i militanti del “Genova social forum” provenienti da tutta Italia e dall’estero, si consumò “la più grave sospensione dei diritti civili dalla Seconda guerra mondiale in poi”, scrissero gli osservatori di Amnesty International.

Pestaggi, ossa rotte, urla, teste sbattute al muro, calci in faccia, sputi e insulti. Il “Tonfa” (lo speciale manganello adottato proprio in quei giorni dalle forze di polizia) agitato come scettro di un potere assoluto, le canzonacce fasciste cantate a squarciagola, un illimitato senso di impunità. Anche questo c’è nei verbali delle inchieste sulla malanotte della Diaz. La Giustizia, con i suoi tempi lunghissimi, le procedure noiose e complicate, è riuscita ad aprire uno squarcio di verità. La politica no, si è rifiutata caparbiamente di farlo. “Relativamente all’episodio della scuola Diaz, il Comitato rileva la legittimità del comportamento tenuto dalle forze dell’ordine”. C’è scritto proprio così nelle conclusioni che del Comitato d’indagine parlamentare presieduto dal parlamentare di Forza Italia, Donato Bruno. Quella relazione fu votata a maggioranza, con l’opposizione dei Ds e di Rifondazione comunista che presentarono documenti alternativi mai votati dal Parlamento. La maggioranza Berlusconi-Fini aveva stabilito la sua verità e quella doveva essere. Per sempre.

I giorni del G8 furono una ubriacatura generale. La sera del blitz c’erano 400 uomini, provenienti dai reparti di polizia di tutta Italia, una confusione enorme. Il 20 luglio, in piazza Alimonda, era stato ucciso il ragazzo Carlo Giuliani da un carabiniere ausiliario troppo giovane, inesperto e psicologicamente inadatto per stare in piazza armato, come le sue vicende umane successive hanno dimostrato. Il giorno dopo l’ultima manifestazione, i no global sbaraccano. A sera alcuni stanno per partire. Eppure in un vertice in Questura, convocato alle undici, si decide il blitz. L’obiettivo è quello di scovare i black-bloc, i neri autori delle devastazioni e degli scontri con la polizia, che fino a quel momento hanno potuto agire indisturbati. Finisce come sappiamo.

Chi c’era al vertice? Il prefetto Arnaldo La Barbera, capo dell’Ucigos, il numero due della Polizia Ansoino Andreassi, il capo dello Sco Franco Gratteri e il questore di Genova Francesco Colucci. Che nel pieno della bufera per i pestaggi, si dissocierà. “Molte decisioni le ho condivise, altre le ho subite”. La Barbera, invece, giurerà fino alla fine dei suoi giorni che lui quella notte aveva fortemente sconsigliato il blitz. “Leva mano”, così disse a Vincenzo Canterini, capo del Reparto Mobile. Undici anni per ricostruire una verità giudiziaria che in troppi non volevano. La politica soprattutto. La destra più degli altri. Perché il G8 di Genova era diventato il banco di prova del governo Berlusconi-Fini. Le redazioni dei giornali erano state inondate di veline dei servizi piene di possibili attentati terroristici, infiltrati mediorientali, guerriglia di massa, finanche il lancio di preservativi pieni di sangue infetto di Aids sui poliziotti.

Sapevano tutto, i servizi, ma non della presenza dei black-bloc. “L’attività preventiva è stata inferiore alle aspettative”, ammetterà l’allora Capo della Polizia Gianni De Gennaro. “Le informative dei servizi erano rare, poco dettagliate e inconsistenti”, dirà il prefetto La Barbera. Ma gli allarmi servivano a creare un clima. Claudio Scajola, il ministro dell’Interno di Berlusconi, fa sapere ai giornali che avrebbe autorizzato le forze di polizia anche all’uso delle armi nel caso di una violazione della zona rossa. E che dire di personaggi minori come Filippo Ascierto, ex maresciallo dei Carabinieri, promosso deputato da An? Dopo l’omicidio Giuliani gettò taniche di benzina sul fuoco: “Se al posto del carabiniere ci fosse stato qualcuno con più esperienza, ne avrebbe ammazzato più d’uno”. In quei giorni Ascierto faceva la spola nelle sale operative, con lui altri pezzi da novanta del centrodestra: Castelli, Fini, i parlamentari genovesi. Una vera task force. No, politica e Parlamento non hanno voluto accendere un bagliore di verità su quei giorni. Non hanno avuto il coraggio di istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta per capire perché per tre giorni la democrazia in Italia fu sospesa. La destra disse di no, ma anche Antonio Di Pietro e Clemente Mastella si opposero.

Il Fatto Quotidiano, 6 luglio 2012