All’indomani del disastro di Fukushima nessuno voleva più sentire parlare di nucleare in Europa. “L’Ue deve iniziare a porsi il problema se sia possibile un futuro senza l’atomo”, aveva detto a Bruxelles il Commissario Ue all’Energia Guenther Oettinger. In Germania sette impianti venivano chiusi temporaneamente a velocità lampo. In Italia il No al nucleare spopolava nel referendum. Perfino la Francia, potenza nucleare europea, sembrava disposta parzialmente a cambiar rotta. È a Bruxelles la Commissione europea organizzava a tempo record dei severissimi “stress test” sulla sicurezza dei 143 impianti attivi in 14 Stati europei all’insegna della tolleranza zero. “Certe centrali nucleari non passeranno i test di sicurezza”, aveva detto sempre Oettinger il 21 marzo 2011. Ma di acqua da allora ne è passata sotto i ponti. 

Con il tempo è passata la paura, e la severità di questi test di ferro è andata piano piano scemando, fino a diventare quasi una barzelletta. Almeno secondo Greenpeace International, che ha pubblicato un rapporto condotto da esperti indipendenti che ne mette in rilievo tutte le carenze. “Nuclear Stress Tests – flaws, blind spots and complacency” si chiama il report di 27 paginette, quanto basta per evidenziare l’assoluta leggerezza di test che avrebbero dovuto essere invece lo spauracchio delle lobby del nucleare di tutto il continente.

Impianti “incapaci di gestire eventi naturali come terremoti e inondazioni”, “depositi di scorie radioattive inadatti a contenere le radiazioni” nonché “noncuranza di molteplici scenari possibili” come “possibili attentati terroristici” o “incidenti aerei”. O ancora “assenza di piani di evacuazione nonostante il fatto che molti impianti distino anche solo 10 chilometri dai centri abitati”. Insomma, secondo l’associazione, quanto basta per replicare una bella Fukushima nel cuore d’Europa.

Tra gli impianti esaminati a campione da Greenpeace c’è anche quello di Krško in Slovenia, un mostro da 666 megawatt di potenza, contenente oltre 48 tonnellate di combustibile radioattivo a base di ossido di uranio, in piena zona sismica a 250 chilometri in linea d’aria da Venezia. Costruito tra il 1975 e il 1981 ed entrato in attività nel 1983, l’impianto ha avuto l’ultimo incidentino nel giugno 2008, quando una perdita nel sistema di refrigerazione primario del reattore fece scattare un allarme internazionale e fece tanta tanta paura in Italia. Secondo gli esperti di Greenpeace, gli stress test Ue “non prendono in considerazione il caso di forte terremoto” e “gli effetti dell’invecchiamento di molti componenti della struttura datati anche più di 30 anni”. E poi, come in molti altri casi, “niente piani di emergenza”, insomma, Greenpeace non ha dubbi: “La Slovenia dovrebbe chiudere l’impianto di Krško”.

Succede che in tutta Europa “le squadre di ispezione non hanno tanto certificato il livello di sicurezza corrente degli impianti quanto preso in considerazione i potenziali miglioramenti nei prossimi dieci anni”, si legge nel rapporto. Insomma una bella lista d’intenti. Questo vuol dire, secondo gli esperti di Greenpeace, che “gli stress test non hanno alcun influsso diretto sull’insieme delle centrali europee”. A questo si aggiunga che “l’European Nuclear Safety Regulators Group (Ensreg) non ha alcun potere sulla durata di vita degli impianti più vecchi (come Mühleberg In Svizzera, Doel in Belgio e Rivne in Ucraina)”. Qual è la soluzione? Secondo Greenpeace basterebbe attenersi alla guida pubblicata dall’International Atomic Energy Agency (IAEA) nel dicembre 2011 sugli standard da rispettare anche in caso di calamità naturale. Semplice.

“Se questi test erano stati pensati per aumentare la fiducia della gente nell’energia nucleare, hanno invece sortito l’effetto opposto”, ha detto Roger Spautz, responsabile Energia Greenpeace. “Le questioni più delicate sono state state evitate, compresa la possibilità di uno scenario simile a quello di Fukushima. Se i governi vogliono una fotografia veritiera del rischio nucleare devono rispedire i risultati degli stress test a Bruxelles chiedendo ulteriori test”. Insomma il messaggio di Greenpeace è chiaro: “La lezione di Fukushma non è stata imparata in Europa”.

 

@AlessioPisano