Un voto che ripropone l’ipotesi di un nuovo asse Pdl-Lega, in cui il partito guidato da Alfano sostiene l’emendamento del Senato federale in cambio dell’ok al semipresidenzialismo voluto da Berlusconi. La proposta della Lega contenuta nel testo sulle riforme costituzionali è stata approvata in serata a Palazzo Madama ed è passata con i 153 sì di Pdl e Coesione nazionale, 136 no e 5 astenuti. In pratica, erano contrari tutti gli altri gruppi. Ha dato il via libera all’articolo 2, nella nuova formulazione della Lega, che prevede la nascita del Senato federale con 250 senatori ai quali però si devono sommare 21 rappresentanti regionali: i senatori complessivamente scendono quindi a 271 (invece che 311 come nella precedente formulazione che era stata bocciata ieri in prima commissione). I rappresentanti regionali, viene specificato, “non sono membri del Parlamento e non ricevono la relativa indennità”. Abolita la Circoscrizione estero mentre la Camera ha conservato 8 deputati eletti fuori dai confini nazionali.

L’emendamento leghista riscrive l’articolo 57 della Costituzione e prevede che la seconda Camera sia “composto da 250 senatori eletti a suffragio universale e diretto su base regionale. Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a 6: il Molise ne ha 2, la Valle d’Aosta uno”. Inoltre “la ripartizione dei seggi fra le Regioni – prosegue il testo approvato dall’aula – si effettua in proporzione alla popolazione delle Regioni, quale risulta dall’ultimo censimento generale, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti”. Il testo prevede che a partecipare ai lavori del Senato federale siano “un rappresentante per ogni regione, eletto tra i propri componenti, all’inizio di ogni legislatura regionale, da ciascun consiglio o assemblea regionale”. Per quanto riguarda invece la regione Trentino-Alto-Adige/Sudtirol “i consigli delle province autonome eleggono ciascuno un rappresentante” e “i rappresentanti delle Regioni nel Senato federale della Repubblica non sono membri del Parlamento e non ricevono la relativa indennità e tuttavia a loro si applica il primo comma dell’articolo 68” che prevede che i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni (insindacabilità).

La votazione di oggi ha determinato le dimissioni di Carlo Vizzini, relatore delle riforme istituzionali, che si è lasciato l’incarico perché con questo via libera “si è formata una maggioranza diversa” e ha ritenuto così di compiere un gesto di correttezza”. Così in aula, Carlo Vizzini si è dimesso da relatore delle riforme istituzionali. “Con questo voto – ha aggiunto – non abbiamo messo in sicurezza l’approvazione della riduzione dei parlamentari e questo deve essere chiaro”. Era andata diversamente invece qualche giorno fa in commissione Affari costituzionali del Senato, che aveva respinto l’emendamento. Il voto era finito 13-13 e, visto che il pareggio nella votazione comporta il respingimento, il testo non era passato. In favore avevano votato, oltre al Carroccio, anche Pdl e Coesione nazionale. Contrari invece PdTerzo poloIdv e Alberto Tedesco, l’ex Pd ora al Misto. Vizzini si era astenuto.