Bambini e bambine di appena otto anni torturati, vittime di violenza, uccisi e usati dalle Forze armate siriane come scudi umani. Resoconti “orribili” li ha definiti la rappresentante speciale delle Nazioni Unite, Radhika Coomaraswamy, di cui l’Onu dà conto nell’ultimo rapporto sui bambini e i conflitti armati. E oggi una conferma, nonostante la tregua siglata ad aprile il conflitto non si è fermato, ma al contrario si sta aggravando. L’attenzione in queste ore si sposta su Haffa, città nel nord, sotto assedio da giorni, cui gli osservatori internazionali non hanno avuto accesso perché sono stati attaccati. 

Con l’ultimo rapporto, il governo di Damasco, l’esercito regolare e le milizie shabiha fedeli al presidente Bashar al Assad sono entrati nella lista della vergogna stilata annualmente dall’Onu. In quindici mesi, dall’inizio della sollevazione per rovesciare il regime, i ragazzini morti, secondo le stime delle organizzazioni per i diritti umani, sono stati già oltre 1.200. “Uccisioni e mutilazioni di bambini sono state perpetrate in molti conflitti, ma la tortura in carcere su piccoli che non hanno più di 10 anni è qualcosa che non si era visto in nessun altro posto”, ha sottolineato la Coomaraswamy. Dalle violazioni non sono immuni neanche i gruppi armati del Free Syria Army, l’esercito di disertori che si oppone alle forze governative, accusati di reclutare giovanissimi miliziani.  

Il documento cita le testimonianze di ex ufficiali dell’esercito e dell’intelligence. Uno degli episodi chiave è il racconto dell’attacco al villaggio di Ayn l’Arouz nel provincia di Idlib lo scorso 9 marzo. Secondo quanto riferito dai testimoni, bambini e bambine apparentemente tra i 9 e i 13 anni sono stati rastrellati dalle loro case e costretti dai miliziani filo-governativi a proteggere con i loro corpi i finestrini dei mezzi che portavano i soldati di Bashar dentro il villaggio. Decine di testimonianze raccontano inoltre di ragazzi torturati nei centri di detenzione, picchiati, frustati con cavi elettrici, costretti a stare fermi in posizioni scomode, bruciati con le sigarette e, in almeno un caso, torturati con scariche elettriche sui genitali.

Il rapporto dell’Onu è tuttavia precedente al massacro di Hula tra le cui 108 vittime, 49 sono bambini, spesso di appena due e tre anni, giustiziati con colpi alla testa o picchiati con violenza. Le Nazioni Unite e tutta la comunità internazionale hanno condannato Damasco per quella che è considerata una strage compiuta dai bombardamenti dell’esercito e dalle irruzioni degli shabiha che hanno ucciso a sangue freddo le vittime innocenti. Una corrispondenza di Reiner Hermann della Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz) da Damasco, quindi con l’autorizzazione del regime per stare lì, sembra tuttavia smentire questa versione e dare implicitamente ragione a quella del governo siriano che ha sempre attribuito a non meglio precisati criminali il massacro. Secondo le fonti del giornalista tedesco, che vogliono restare anonime, la strage sarebbe avvenuta nei novanta minuti trascorsi tra un attacco dei ribelli a tre posti di blocco e l’arrivo in città dell’esercito. In questo lasso di tempo i ribelli (in maggioranza sunniti) avrebbero assaltato gli alauiti (la minoranza che governa il Paese). Se la versione di Hermann dovesse trovare conferme non farebbe che rimarcare i timori delle Nazioni Unite sull’intensificarsi del conflitto.

Rispetto a un anno fa la Siria è precipitata di 31 posizioni, ora è al 147 posto su 158 Paesi, nell’Indice globale per la pace compilato dall’Institute for Economics and Peace. E le violenze non si fermano. Secondo quanto riferito dai ribelli oggi sono stati almeno 10 i morti a Haffa, nella provincia di Latakia, assediata da otto giorni e dove il governo ha fatto arrivare sul posto gli elicotteri d’assalto a sostegno dell’offensiva aerea. “Dimenticatevi le armi, ci servono cibo e medicine”, ha detto un ufficiale del Free Syrian Army alle Reuters. Per il dipartimento di Stato americano, si rischia un ennesimo massacro, mentre il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, da New York si appellato a tutti affinché sia consentito l’ingresso degli osservatori ad Haffa. Paura anche nel centro di Homs, dove, riferiscono gli attivisti alla France Presse, 400 civili sono costretti in una scuola sotto il fuoco dell’esercito. Intanto, attraverso il suo portavoce, l’inviato dell’Onu e della Lega araba, Kofi Annan ha esortato le potenze internazionali che hanno influenza sulla Siria a fare pressioni affinché si arrivi al rispetto del piano di pace e alla fine delle violenze. Un messaggio rivolto soprattutto alla Russia, principale alleato di Damasco. Domani il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, sarà a Teheran per discutere di una conferenza cui prenda parte anche l’Iran. Una posizione tuttavia che gli Usa non vedono di buon occhio. 

E proprio dagli Usa arriva una strigliata per la Russia. Sono ”palesemente” prive di fondamento le affermazioni dei russi secondo cui le loro forniture di armi alla Siria non hanno nulla a che vedere con il conflitto, dice il segretario di Stato Hillary Clinton. Prolungare la missione degli osservatori dopo il mese di luglio sarà difficile. Ma non solo, come fa sapere la Croce Rossa, la situazione umanitaria “sta peggiorando contemporaneamente in diverse parti della Siria”. L’organizzazione, che sta cercando di trasferire in aree più sicure centinaia di sfollati della provincia di Homs, non è in grado di rispondere a “tutte le richieste umanitarie”. 

di Andrea Pira