L’attesa del peggio è il momento più snervante. Ormai nessuno si avventura più a mettere in dubbio che il destino ineluttabile abbia un solo nome: salvataggio. Lo riconosce, finalmente, persino il premier Mariano Rajoy, che ancora dieci giorni fa si ostinava a negarlo. In mezzo alla confusione più totale, tra cifre che si accavallano e dichiarazioni contraddittorie di ministri o dirigenti del Partito popolare, il premier è costretto ad abbandonare il suo tradizionale basso profilo e, davanti ai giornalisti, sbotta: “D’ora in poi chiedete a me. Parlo solo io”. Il problema è che, al momento, non sa ancora cosa dire. In oltre cinque mesi di governo ha organizzato una sola conferenza stampa, due settimane fa. Un fiasco assoluto. Anziché calmare la situazione, le sue parole confuse e generiche hanno provocato un’immediata impennata dello spread e un crollo della Borsa. Pochi giorni dopo, il capo del governo è stato zittito in malo modo persino dal commissario tecnico della “selección”. Salutando i calciatori in partenza per gli Europei, Rajoy li ha incitati a portare a casa un nuovo trionfo, perché “in questi tempi difficili” il Paese ha bisogno di una forte “iniezione di morale”. Gli ha risposto gelido Vicente Del Bosque: “Vincere l’Eurocopa non risolve i problemi della Spagna”.

I DIFETTI di comunicazione dell’esecutivo sono palesi. E non è un mistero la rivalità tra i due principali responsabili nella gestione della crisi, il ministro dell’Economia Luis de Guindos e quello delle Finanze Cristóbal Montoro: fu quest’ultimo a imporre nella manovra dello scorso 30 dicembre (contro l’opinione di Guindos) il drastico aumento dell’Irpef che il commissario Ue Olli Rehn ha giudicato un grave errore. Ma a Bruxelles ha suscitato perplessità anche la pesantissima riforma del mercato del lavoro mentre l’attacco più duro che ha dovuto subire Rajoy è arrivato, tre giorni fa, dal presidente della Bce Mario Draghi, con l’accusa di aver gestito la crisi di Bankia “nel peggior modo possibile”. Lo scandalo ha contribuito a ridare fiato anche alla protesta degli “indignados”, che in 24 ore hanno raccolto i 15 mila euro necessari per presentare una denuncia contro l’ex-presidente dell’istituto Rodrigo Rato a nome dei piccoli azionisti ridotti sul lastrico: lo accusano di delitti societari, falso, pubblicità ingannevole e amministrazione sleale.

Fissate le esigenze di ricapitalizzazione di Bankia dopo un inspiegabile balletto di cifre, il governo ha lasciato nel vago la formula che avrebbe adottato per realizzare il salvataggio. È proprio il metodo “democristiano” del premier, fatto di ambigui negoziati e confusi compromessi, a essere considerato dai mercati uno dei punti deboli del Paese. Un limite capace di rendere quasi vano l’incontestabile punto di forza costituito da un esecutivo che gode della maggioranza assoluta in Parlamento. In realtà, con lo spettro del salvataggio finanziario che si fa sempre più concreto, anche la solidità di un governo che dovrebbe avere davanti a sè ancora tre anni e mezzo di legislatura comincia a essere messa in dubbio. Gli avvertimenti più espliciti vengono proprio dalla stampa di destra.

SE L’ECONOMIA spagnola verrà messa sotto tutela, ragiona Luis María Anson, uno dei grandi senatori del giornalismo iberico, Rajoy dovrà scegliere tra “dimettersi o convocare elezioni generali”. E il direttore di El Mundo, Pedro J. Ramírez, si chiede come sia stato possibile che, in appena cinque mesi, anzichè tirare il paese fuori dal “buco nero”, il nuovo governo l’abbia sospinto verso il “rescate” europeo. Sono le stesse grandi firme che, sino al novembre scorso, vedevano in Zapatero l’unico responsabile del disastro e affidavano tutte le loro speranze a Rajoy, che prometteva di amministrare la Spagna “come Dio comanda”.

E invece, tutto è andato storto. Le tv vicine alla sinistra mandano in onda, implacabili , una dichiarazione fatta lo scorso anno dall’attuale vice-premier Soraya Sáenz de Santamaría (allora capogruppo del Pp alle Cortes): “Lo spread si chiama José Luís Rodríguez Zapatero”, diceva con supponenza. Macché. Con la destra al governo, lo spread è andato su di 200 punti. La corsa della disoccupazione continua inarrestabile (ha toccato il 24,4 per cento) e due giorni fa il Consejo económico y social, organo consultivo dell’esecutivo, ha dovuto ammettere che uno spagnolo su quattro vive al di sotto della linea di povertà. “Un paese senza autostima che si dibatte fra il timore e l’indignazione. Un animale moribondo”, riflette amaro il politologo Fernando Vallespín.

da Il Fatto Quotidiano del 9 giugno 2012