La trattativa tra mafia e Stato avvenne, parola di Giovanni Brusca, pentito di Cosa nostra. Lo “scannacristiani” è stato sentito nell’aula bunker di Rebibbia a Roma, nell’ambito dell’incidente probatorio davanti al Gip di Caltanissetta, Alessandra Giunta, per il nuovo filone di indagine sulle strage di via D’Amelio. Più precisamente, ha raccontato il mafioso, le trattative furono molteplici, con diversi oggetti e protagonisti. Il boia di Capaci ha riferito che la più significativa delle trattative di cui è a conoscenza è quella portata avanti dal boss Totò Riina. “Solo dopo anni – ha detto il pentito – ho scoperto dai giornali che i suoi interlocutori erano i carabinieri”. Il pentito, che per primo parlò del papello con le richieste alle istituzioni a cui il capomafia corleonese avrebbe subordinato la fine della strategia stragista, ha poi raccontato di avere saputo dal padrino che tra i soggetti che nel tempo avevano mostrato interesse a dialogare con Cosa nostra c’erano, oltre all’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri e il leader della Lega Umberto Bossi.

L’affiliato a Cosa nostra ha parlato per 7 ore filate nell’interrogatorio, chiesto dal legale del boss mafioso palermitano Salvuccio Madonia. Gli indagati per concorso in strage sono i boss Madonia, Vittorio Tutino, Salvo Vitale e per calunnia aggravata l’ex collaboratore di giustizia Calogero Pulci. Brusca poi ha ribadito che fra l’87 e l’88 Cosa nostra, su indicazione di Riina, avrebbe votato per il Psi e in particolare per Claudio Martelli.

Brusca ha poi parlato di un altro tentativo di “dialogo” con lo Stato avviato nei mesi di marzo-aprile del 1992, prima quindi della strage di Capaci. Per spingere lo Stato a scendere a patti con Cosa nostra, insieme all’ex bandito della Mucciatella Paolo Bellini e al mafioso Nino Gioè, poi morto suicida in carcere, Brusca aveva già parlato dell’idea di colpire i monumenti storici. Bellini, piccolo criminale, alias Roberto Da Silva “esperto di opere d’arte” avrebbe avuto spesso rapporti coi boss, fatto recuperare quadri rubati ai carabinieri, e commissionato furti alla mafia. Gioè gli avrebbe chiesto cosa sarebbe successo se “un giorno la torre di Pisa non fosse più esistita” e lui avrebbe risposto che “la città sarebbe stata messa in ginocchio”.