La politica, a tutti i livelli, e la ‘Ndrangheta. Un filo rosso che lega colletti bianchi e criminali in Lombardia che ha subito una “colonizzazione” anche la regione del nord ormai è “autonoma” dalla Calabria. Ci sono anche queste riflessioni nelle motivazioni della sentenza del giudice per l’udienza preliminare di Milano Roberto Arnaldi nelle oltre 900 pagine nelle motivazioni della sentenza del maxi processo alla ‘Ndrangheta in Lombardia con cui a novembre sono stati condannati 110 imputati con il rito abbreviato. Il processo, in cui sono state decise anche otto assoluzioni, è scaturito dall’operazione “Infinito” del luglio 2010 che aveva portato agli arresti oltre 170 presunti affiliati alle cosche in Lombardia. La sentenza certificò l’esistenza di una cupola della ‘Ndrangheta nel territorio lombardo infiltrata nel tessuto imprenditoriale e istituzionale. Tra le condanne più alte quella a 16 anni per Alessandro Manno, presunto capo di una delle quindici “locali” sparse tra Milano e l’hinterland.

La politica. Il capo della cosca milanese, Cosimo Barranca, ha “avuto specifici contatti anche con personaggi che rivestivano particolare importanza nel campo politico nazionale, regionale ed anche locale”.  Tra i “contatti” il magistrato cita quello con l’ex “sottosegretario alla Regione Lombardia” Angelo Giammario, indagato dalla Procura di Milano per corruzioni per presunte tangenti negli appalti sul verde pubblico. Ci si riferisce, spiega il gup, “in particolare ai contatti avuti con Figliomeni Alessandro, sindaco del Comune di Siderno, con il sottosegretario alla Regione Lombardia Giammario, non direttamente, ma per il tramite di Chiriaco Carlo Antonio (l’ex dirigente della Asl di Pavia sotto processo con rito ordinario per concorso esterno, ndr), con Pilello Pietro per il tramite di Neri Giuseppe Antonio”, il presunto capo dei capi delle cosche lombarde. In particolare, osserva ancora il gup, Pilello, “un commercialista con molti incarichi in società pubbliche, chiedeva a Barranca di partecipare ad una cena elettorale in occasione delle consultazioni amministrative del giugno 2009”.

L’autonomia e colonizzazione. La ‘Ndrangheta in Lombardia è “un’autonoma associazione” che si muove indipendentemente dalla casa madre calabrese ed è “composta da soggetti ormai da almeno due (in alcuni casi tre) generazioni presenti sul territorio lombardo, il che spiega anche la presenza di soggetti non di origine calabrese”. Secondo il gup, ”dalla poderosa attività investigativa”, coordinata dall’aggiunto Ilda Boccassini e dai pm Paolo Storari e Alessandra Dolci, in Lombardia si è verificata la “riproduzione” di “una struttura criminale” che ha operato “secondo tradizioni di ‘Ndrangheta (linguaggi, riti, doti, tipologia di reati) che sono state trapiantate in Lombardia”. In questa terra, chiarisce il gup, “la ‘Ndrangheta si è trasferita con il proprio bagaglio di cultura criminale”. 

“In buona sostanza, le indagini dirette dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano mostrano che la ‘Ndrangheta in Lombardia si è diffusa non attraverso un modello di imitazione, nel quale gruppi delinquenziali autoctoni si limitano a riprodurre modelli di azione dei gruppi mafiosi, ma attraverso un vero e proprio fenomeno di colonizzazione cioè di espansione su di un nuovo territorio, organizzandone il controllo e gestendone i traffici illeciti, conducendo alla formazione di uno stabile insediamento mafioso in Lombardia. Qui la ‘Ndrangheta si è radicata, divenendo col tempo un’associazione dotata di un certo grado di indipendenza dalla casa madre, con la quale, però, continua ad intrattenere rapporti molto stretti. Dalle stesse parole degli imputati ascoltate nelle molteplici intercettazioni ambientali – aggiunge il gip – emerge che la struttura ‘ndranghetista si presenta organizzata in una Provincia, tre sub strutture operanti in tre precise aree calabresi Ionica, Tirrenica e Città) e nelle locali, composte a loro volta da una o più famiglie (dette ‘ndrine), mentre in Lombardia risultano operare le locali denominate Milano, Cormano, Bollate, Bresso, Corsico, Legnano, Limbiate, Solaro, Piotello, Rho, Pavia, Mariano Comense, Erba, Desio e Seregno”. Il gup ricorda anche come “le articolatissime indagini si siano dipanate senza l’ausilio di alcun collaboratore di giustizia”, ma solo grazie alle “tecniche investigative”. Per il giudice inoltre “la ‘Ndrangheta non può più essere vista e analizzata semplicemente con un insieme di ‘ndrine tra di loro scoordinate e scollegato”, ma va vista come un “organizzazione unitaria”.

Durante le indagini gli investigatori scoprirono che alcuni presunti boss si erano riuniti nel circolo Arci di Paderno Dugnano (Milano) intitolato alla memoria dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi 20 anni fa dalla mafia. La chiusura indagini dell’inchiesta era arrivata a sei mesi dagli arresti nel dicembre del 2010.