Il portavoce del Fmi Gerry Rice smentisce, la vice premier Soraya Sáenz de Santamaría è sulla stessa linea e il ministro delle finanze Luis de Guindos parla addirittura di ipotesi “senza senso”. Eppure, nonostante le smentite, le rassicurazioni e le dichiarazioni soporifere del caso, l’eventualità tanto temuta diventa con il passare dei giorni sempre più concreta. La Spagna riceverà un sostegno dal Fondo monetario internazionale e quasi certamente è ormai solo questione di tempo. Incapace di rifinanziare la collassante Bankia, che è ormai ricettacolo suo malgrado dei peggiori asset tossici del “gasatissimo” comparto immobiliare, Madrid sperimenta tensioni mai viste prima sul mercato obbligazionario sovrano.

E questo sarebbe il preludio, secondo un crescente numero di osservatori, all’intervento esterno. “C’è chi dice che un salvataggio della Spagna sia inconcepibile – ha riferito al Wall Street Journal una fonte interna al Fmi – . Ma è altrettanto inconcepibile non prepararsi ad una simile eventualità”. Tradotto: il Fondo monetario ci sta pensando seriamente, talmente seriamente da prepararne, molto probabilmente, anche i dettagli. L’incontro chiave potrebbe avvenire lunedì, quando l’organismo di Washington avvierà la sua missione di analisi annuale sulla situazione spagnola. E proprio da quell’analisi potrebbe arrivare il verdetto definitivo. I numeri d’altra parte parlano chiaro. Questa mattina, il differenziale di rendimento tra i decennali spagnoli e gli omologhi tedeschi viaggia a 566 punti base, un dato impressionante, forse un punto di non ritorno. Qualcuno ha notato che una volta raggiunti i 500 punti di spread con il bund, Grecia, Irlanda e Portogallo ci misero rispettivamente 12, 24 e 34 giorni prima di arrendersi all’aiuto esterno. Certo, sul differenziale pesa notevolmente il tracollo degli interessi sul bund, che ormai rende attorno all’1,2%, ma a preoccupare è pur sempre il costo di rifinanziamento a lungo termine: i decennali spagnoli stanno al 6,6%, ad un passo dalla soglia critica del 7%. Dallo scoppio della crisi ad oggi, chi ha superato quella quota non ha resistito senza aiuti per più di due mesi.

Nei primi tre mesi dell’anno, i correntisti spagnoli hanno ritirato dal sistema bancario quasi 100 miliardi di euro, 66 nel solo mese di marzo. Per salvare Bankia dal collasso ne servono 19 (dopo i 4 già iniettati) ma il governo non sa dove prenderli. L’ipotesi dello swap (acquisto di quote azionarie tramite bonos statali da usare come garanzia per chiedere un prestito alla Bce, ndr) è ormai esclusa ma la sua sola formulazione è bastata far infuriare Angela Merkel. La cancelliera è irremovibile, nonostante il pressing di un fronte ormai amplissimo che vede in prima fila Monti, Hollande e lo stesso Barack Obama. “Perché prendersi pezzi di banche già belle che fallite?”, avrebbe affermato la Merkel di fronte alle ripetute richieste dei suoi interlocutori nel corso della teleconferenza svoltasi l’altro ieri. Un ragionamento che non fa una piega, se non fosse per il conclamato rischio contagio che si accompagna all’aggravamento della crisi spagnola. Un’eventualità che sembra spaventare tutti tranne Berlino. Le borse, intanto, reagiscono male. Attorno alle 12, tutte le piazze europee viaggiano in territorio negativo: Madrid segna -0,21%, Milano perde lo 0,78. i rendimenti dei titoli italiani a 10 anni tornano sotto, anche se di poco, a quota 6% (rendono il 5,95%). Su questo contesto di incertezza, se non altro, non dovrebbe pesare il referendum irlandese sul fiscal compact. A Dublino, la vittoria del sì alla linea del rigore contabile, condicio sine qua non per l’accesso ai fondi di salvataggio europei e alla sopravvivenza del Paese, è giudicata altamente probabile dagli exit polls. I risultati dovrebbero arrivare in serata, quando le borse saranno chiuse.