Alla fine di luglio del 1976 Carlo De Benedetti annunciò a Cesare Romiti che se ne sarebbe andato dalla Fiat, dopo soli tre mesi da amministratore delegato. Il drammatico colloquio avvenne “mentre andavamo là in macchina”, rievoca Romiti nelle sue memorie in forma di intervista al giornalista Paolo Madron, “Storia segreta del capitalismo italiano”, appena uscito per Longanesi e presentato ieri a Roma da un drappello di amici cari del manager (Stefano Folli, Lucia Annunziata, Pierluigi Ciocca e Paolo Savona) insieme a un’imbarazzata Susanna Camusso.   

La versione di Pansa   

Nel 1988, consegnando i suoi ricordi a un altro giornalista allora in gran voga, Giampaolo Pansa (“Questi anni alla Fiat”, Rizzoli), Romiti ricordava che erano già arrivati agli uffici Iveco per una riunione, e il dialogo si svolse “mentre passeggiavamo nei corridoi”. Dettagli? Sicuramente. Ma non solo. Nell’88 Pansa chiese: come vi siete lasciati? “Non bene, e me ne dispiace. Lui vedeva in me l’uomo che l’aveva ostacolato nel suo proposito di essere l’unico a comandare in Fiat. Così, ci fu anche del malanimo, dell’amarezza un po’ acida”. Nei 24 anni trascorsi da allora i ricordi del manager tutto d’un pezzo si sono addolciti. Adesso De Benedetti è quello che salutando gli Agnelli pone come condizione, di non si capisce bene che cosa, che Romiti prenda il suo posto alla presidenza della Gilardini (ex azienda di famiglia dell’Ingegnere): “Mi disse che si fidava solo di me”.   

L’ottantanovenne Romiti scrive che con questo libro vorrebbe contribuire alla formazione di una nuova classe dirigente di giovani, aiutandoli a riflettere. Sicuramente un insegnamento emerge con chiarezza. Quando si scrive il secondo libro di memorie conviene andarsi a rileggere il primo, per evitare curiose contraddizioni.

Corruzione a sua insaputa.

E dunque il manager romano racconta a Madron che quando arrivò alla Fiat (1974) scoprì che c’era la brutta abitudine di passare soldi ai partiti e lui la interruppe. Subito dopo ammette che la Impresit, controllata Fiat nel campo delle costruzioni, “come impresa assegnataria di appalti pubblici non era immune dai ricatti della politica”. Ma a sua insaputa. “L’inchiesta di Mani pulite”, racconta due pagine dopo, “mi diede il destro per scoprire i fatti che venivano imputati a Impresit”. E molte teste rotolarono, beccate dai magistrati in prima istanza e per soprammercato accusate da Romiti di aver fatto tutto di testa loro.   

Nel 1988 Romiti aveva un’idea diversa. “Un’azienda come la Fiat non fa il mercato delle vacche”. E raccontava a Pansa l’idillio dell’azienda onesta a proposito del nuovo stadio delle Alpi in costruzione per i mondiali del ‘90: “La Impresit aveva tutto l’interesse a farlo e ha presentato la sua offerta regolare. Poi sono esplose le solite battaglie parapolitiche. Allora ho detto ai miei collaboratori, lasciandoli con la bocca amara: stiamo fuori da questa storia”. Ma la bocca amara doveva averla Romiti stesso, se è vero che subito dopo provvedette a comprarsi direttamente la Cogefar, che aveva vinto la gara per lo stadio di Torino nei modi evidentemente ripugnanti evitati da Romiti.   

Il Corriere e i direttori Fiat.   

Ed ecco il capitolo meraviglioso del Corriere della Sera, su cui finalmente Romiti ci fa sapere che Gianni Agnelli comandava e sceglieva i direttori. I maligni lo avevano sempre sospettato, così come lo sapevano per cognizione diretta i direttori che si sono succeduti nel quindicennio dello strapotere dell’Avvocato su via Solferino. “Era impossibile nominare il direttore del Corriere senza il suo avallo”, riferisce il Romiti edizione Longanesi 2012. “Non sono d’accordo con lei quando afferma che la Fiat controlla la Rizzoli”, diceva invece nell’edizione Rizzoli ‘88, rivolgendosi con severità a Pansa.    La memoria di Romiti è curiosamente selettiva. Parla di Enrico Berlinguer come se fosse l’unico vivente ad averlo conosciuto (“Era piccolino, pallido, smunto”). Riferisce un racconto autocelebrativo di Massimo D’Alema del tutto inverosimile, con il pur superbo leader post comunista intento a dipingersi come uno dei dieci big del Pci prelevati a casa e portati a dormire altrove per paura del colpo di Stato (“Allora mi accorsi di essere diventato importante”). Quando queste cose accadevano D’Alema aveva sì e no venticinque anni, a meno che Romiti non ci stia rivelando che il Pci temesse colpi di Stato durante il governo Craxi negli anni ‘80.   

Liberale, Repubblicano, Dc...   

E del resto Romiti ci restituisce un passato in cui il capitalismo andava fortissimo gestito da lui, Cuccia, Agnelli e pochi altri eroi, poi, appena loro sono usciti di scena, chissà come, è precipitato di colpo in una crisi drammatica. Per colpa di chi? Dei successori, evidentemente in grado di distruggere in mesi quello che i nostri eroi avevano edificato in decenni. Anche le idee politiche di Romiti sono soggette nel tempo agli scherzi della memoria. Adesso giura di aver votato “per moltissimi anni il Partito Repubblicano”, nella Prima repubblica, “successivamente per altri partiti”. Nell’88, quando il potere della Dc di Ciriaco De Mita era al culmine, i ricordi di Romiti erano più prudenti: “Ho cominciato votando liberale, una volta ho votato per la Dc, da un po’ di anni voto repubblicano. Come vede fluttuo”. Fluttuava, poi se n’è dimenticato.

Il Fatto Quotidiano, 29 Maggio 2012