Il ritorno a una società solida è pressoché impossibile, anche se da molte parti si alzano voci in suo favore, sull’onda di una nostalgia struggente. Eppure non credo siano mai esistite società sicure in assoluto. Ci sono stati tempi in cui le certezze incrollabili sono state fatte credere forzatamente, “mostrate” attraverso i media. In realtà penso abbia ragione Zygmunt Bauman, quando ricorda che in passato l’insicurezza era considerata “temporanea”, mentre adesso si fa strada la consapevolezza che sarà così per sempre.

Il problema della società liquida è che sono venute meno persino le motivazioni della responsabilità umana. Non ci sono “perché”, ma solo eventi casuali che non hanno alcuna finalità. Caratterizzati dalla più assoluta imprevedibilità, rispondono a un presupposto economico, che può anche dimostrarsi vano. Gli eventi seguono le stesse leggi dei mercati: sono la conseguenza ultima di decisioni prese altrove da persone che neppure si conoscono. Persone che non fanno parte di una classe sociale privilegiata, ma di una “overclasse”, che opera al di sopra dei limiti territoriali, nella logica della globalizzazione.

Ciò che le muove è il miraggio del profitto, cioè di un beneficio immateriale che, per realizzarsi, coinvolge la materialità delle cose e degli uomini. Travolge tutto ciò che incontra, è inarrestabile, ma soprattutto è incontrollabile, perché non risponde ad alcun processo democratico.

La crisi economico-finanziaria che stiamo attraversando è certamente una delle conseguenze del passaggio alla società liquida. Fa parte del clima d’incertezza conseguente all’instabilità politica: come non abbiamo il controllo dei poteri decisionali, sottratti alla rappresentanza politica e delegati ad astratte entità sovranazionali, così le scelte economiche dipendono dai mercati e seguono percorsi imperscrutabili e volatili.

Monti è il tipico rappresentante della “overclasse”, cioè – come spiega bene Richard Rorty (1999) – di quella classe sociale che “prende tutte le principali decisioni economiche e si rende del tutto indipendente dalle legislazioni e, a maggior ragione, dalla vo­lontà degli elettori di qualsiasi Paese”. Egli è l’esempio concreto e tangibile del distacco tra potere e politica. Non eletto democraticamente, ma “incaricato” (assieme al suo governo di tecnici), come rappresentante di un interesse superiore, a svolgere un compito delicato del cui esito non risponde al popolo italiano, ma ai poteri forti che l’hanno nominato.