La condanna è senza precedenti: 211 milioni di euro di danno erariale, tutti a carico di un’unica persona. Si chiama Roberto Scaglione, 59 anni, ex amministratore delegato del consorzio Gaia di Colleferro, gestore dei rifiuti di molti comuni del sud del Lazio. Per i magistrati contabili è il principale responsabile del crack del gruppo che gestisce due inceneritori e una discarica al confine con la provincia di Frosinone; una società ancora oggi in forti difficoltà finanziarie, in attesa di un salvataggio promesso e non ancora mantenuto da parte della Regione Lazio, polo strategico nel complesso e rischioso scenario della gestione dei rifiuti a Roma e dintorni, sull’orlo di un’emergenza alla campana che appare sempre più vicina.

Durante la gestione di Roberto Scaglione – prima del commissariamento della società, avvenuto nell’agosto del 2007 – la cassa depositi e prestiti aveva finanziato una serie di progetti per la realizzazione di impianti di gestione dei rifiuti. Opere in realtà fantasma, costate milioni di euro finiti nel nulla, che oggi la Corte dei Conti cerca di recuperare. All’appello manca, ad esempio, una seconda discarica che avrebbe dovuto servire decine di comuni: “Un impianto che oggi a Colleferro non esiste – ricordava il Pm di Velletri Giuseppe Travaglini davanti alla commissione ecomafie il 24 giugno del 2009 -. Per la verità, non esiste neanche il progetto esecutivo di quella discarica. Non esiste assolutamente niente. Eppure, sono state giustificate spese per circa 30 milioni di euro, tramite esibizione di fatture”. Una cifra che è solo una minima parte dei soldi mancanti nelle casse di Gaia.

La Procura della Corte dei Conti aveva presentato un capo d’imputazione pesantissimo nei confronti dell’ex management di Gaia: “Somme che erogate a titolo di mutuo dalla Cassa DD.PP. per uno scopo ben definito risultano non essere state spese, e dunque di ignota destinazione, o essere state impiegate per una finalità in tutto o in parte diversa da quella per la quale la Cassa aveva concesso il mutuo”. E ancora: “Somme erogate a titolo di mutuo e non più recuperabili a seguito della messa in stato di amministrazione straordinaria del Consorzio”; un danno erariale, quest’ultimo, che secondo i magistrati contabili corrisponderebbe alla cifra di 150 milioni di euro.

Oltre all’ex amministratore delegato Roberto Scaglione – che si trova nella posizione di principale condannato – la Corte dei Conti ha censurato la gestione di buona parte dell’antica dirigenza: Livio Fantei (37 milioni di euro), Pinuccio Colleo (38 milioni di euro), Loreto Ruggeri (13,4 milioni di euro), Luigi Sposi (13,4 milioni di euro), Alberto Ciaschi, Maurizio De Cinti e Mattia Papaleo (310 mila euro). Condannato a rimborsare 310 mila euro anche Domenico Frasca, il tecnico che eseguì la perizia di valutazione del consorzio al momento della trasformazione in Spa, ritenuta dalla Procura “preordinata ad occultare la situazione finanziariamente dannosa in cui versava la costituita società, contribuendo a rendere possibili gli ulteriori danni futuri, che, sarebbero stati evitati da una conoscenza veritiera della reale situazione patrimoniale”.

Sorprende – anche a distanza di anni – la facilità con la quale l’azienda all’epoca guidata da Roberto Scaglione otteneva mutui milionari dalla Cassa depositi e prestiti, oggi parte lesa nel processo contabile: “Sostanzialmente, all’inizio degli anni 2000, l’allora consorzio di comuni Gaia aveva ricevuto in un paio di anni dalla Cassa depositi e prestiti oltre 100 milioni di euro – traducendo nella valuta attuale – di mutui di scopo. Questi ultimi erano stati erogati sulla base di progetti molto sintetici e liquidati dalla Cassa depositi e prestiti, in alcuni casi, in appena quindici giorni”, spiegava in commissione ecomafie Giuseppe Travaglini, il Pm che ha seguito per la procura di Velletri l’inchiesta penale sul consorzio Gaia.

Gran parte dei soldi ottenuti dalla Cassa depositi e prestiti sarebbe in realtà stata utilizzata per mantenere in piedi un’azienda forse troppo vicina alla politica locale: “Gaia doveva essere mantenuta in vita a tutti i costi non tanto per garantire i servizi pubblici per la fornitura dei quali era stata istituita, ma per preservare i flussi finanziari necessari per far sopravvivere”, scrivono i magistrati contabili nella sentenza. Una gestione che alla fine ha portato all’attuale commissariamento e alla sempre più probabile cessione ai privati degli impianti, mentre il Lazio si avvia verso un futuro della gestione dei rifiuti sempre più incerto.