Ci siamo. Dopo aver impostato la sua campagna elettorale su una futura crociata da combattere a livello europeo, per associare misure per la crescita accanto al rigore di bilancio del fiscal compact, oggi scatta per François Hollande il giorno della verità. Al vertice informale di Bruxelles il neopresidente francese dovrà fare chiarezza su quello che vuole. E che vuole imporre a una Germania potente, ma sempre più isolata.

Vediamo in dettaglio i progetti del leader socialista:

1) Eurobond, il debito solidale. E’ il grande pomo della discordia: l’obiettivo principe di Hollande (ma anche della Commissione europea e di altri partner, apparentemente anche l’Italia di Mario Monti), che invece i tedeschi hanno finora rifiutato con fermezza. Il presidente francese oggi ritornerà all’attacco sulla questione ma è davvero poco probabile che la spunti contro la cancelliera Angela Merkel. Gli eurobond darebbero vita a obbligazioni comuni a tutti i Paesi dell’eurozona, in modo da condividere in maniera collettiva il fardello del debito pubblico. A questi strumenti finanziari si applicherebbero tassi d’interesse frutto della media di quelli dei bond emessi dai singoli Stati, ponderando il peso di ognuno sul debito globale. Insomma, gli eurobond si tradurrebbero in tassi inferiori per casi come quelli della Spagna e dell’Italia, che con i loro titoli di Stato a dieci anni viaggiano rispettivamente sul 6 e il 5,5%. E in tassi maggiori per i Paesi virtuosi, la Germania (1,4%) in primis. Proprio Berlino ha opposto finora un secco e stizzoso nein.

2) Project bond, la versione light. Rappresentano una variante degli eurobond più «accettabile» da parte di Berlino. In sostanza prevedono che grandi progetti infrastrutturali, lanciati dai privati, vengano salvaguardati da una garanzia dell’Unione europea. Proprio ieri il Consiglio europeo e l’Europarlamento hanno dato il via libera ai primi project bond europei: è un progetto pilota di 230 milioni di garanzie che dovrebbero permettere l’emissione di obbligazioni di questo tipo per un massimo di 4,6 miliardi. Berlino ufficialmente si oppone ai project bond come agli eurobond. Ma in realtà i tedeschi potrebbero resistere sui secondi e, alla fine, cedere sui primi, per arrivare a un compromesso con la Francia e con gli altri partner europei. Favorevole anche Mario Monti che ha già proposto di esonerare dai vincoli di bilancio gli investimenti pubblici.

3) Bei da ricapitalizzare. Rafforzare il capitale della Banca europea per gli investimenti è un’altra strada che Hollande vuole percorrere per rilanciare la crescita. E su questa le possibilità di arrivare a un accordo con Berlino sono maggiori. La Bei sostiene già progetti infrastrutturali e di innovazione in tutta la Ue. L’obiettivo del Presidente francese è acrescere la dotazione della banca di 10 miliardi cosi’ da arrivare a un totale di 60, da utilizzare per l’emissione di bond da qui a tre anni. La somma farebbe da leva per realizzare progetti di un valore complessivo compreso tra i 180 e i 200 miliardi. Germania e Francia sono i principali azionisti della Bei e dovrebbero sborsare ognuno 1,2 miliardi. Berlino sarebbe d’accordo.

4) Riorganizzare i fondi strutturali. Questi finanziamenti europei devono essere ripensati, secondo l’entourage di Hollande. Una delle ragioni è che gli Stati con maggiori difficoltà non riescono ad assicurare il confinanziamento (in media il 40% del costo totale del progetto) necessario a sbloccare i fondi concessi da Bruxelles. E così si accresce la somma inutilizzata, che ammonterebbe già a 80 miliardi da qui al 2014, secondo le stime della Commissione europea. Hollande vuole sfruttare questi fondi, favorirne l’utilizzo e destinarli a nuovi impieghi (in particolare le piccole e medie imprese e la formazione dei giovani). Parigi avrebbe già ottenuto un sostanziale appoggio tedesco a tale proposta.

5) La tassa sulle transazioni finanziarie. Per Hollande sarebbe uno dei modi per finanziare gli interventi a favore della crescita. Intende tassare anche i derivati e vuole che questo tipo di imposte si applichino a tutta l’Unione europea. Ritiene che un’aliquota dello 0,05% potrebbe già rappresentare una prima (e ragionevole) base di discussione con i partner europei. La Commissione, in realtà, ha già proposto una direttiva che imporrebbe l’1% sugli strumenti finanziari più tradizionali e lo 0,01% sui derivati. Stavolta sulla questione è il Regno Unito a opporre più resistenza.