Si sperava che il governo tecnico riuscisse almeno a frenare gli appetiti dei partiti sulle nomine nei posti pubblici. Nessuno pretendeva l’improvvisa irruzione in Italia della meritocrazia che, se introdotta così, ex abrupto e senza preavviso, potrebbe innescare suicidi di massa fra i politici e i loro protégé. Ma un minimo di decenza da questi professoroni supponenti che portano a spasso il loro monumento con tanto di piedistallo e curriculum accademico, era lecito attenderselo. Invece nulla è cambiato nemmeno su questo fronte, come dimostra la pretesa del trio lescano ABC di far votare a scatola chiusa dal Parlamento i nuovi membri dell’Agcom inviando all’ultimo momento un sms coi nomi dei fortunati vincitori. Ma anche le nomine Rai, che governo e partiti si stanno spartendo tra il lusco e il brusco alla faccia dell’appello di Freccero e Santoro per una gara trasparente fra candidati, previa pubblicazione dei curriculum. I lettori ci diranno: ma l’avete sempre scritto, voi del Fatto, che quella del governo tecnico era una favoletta per gonzi, visto che Monti s’è circondato di “amici di” e “in quota a” questo o quel politico, dovendo guadagnarsi il voto del Parlamento più indecente della storia repubblicana, e anche monarchica. Vero: infatti siamo ancora in attesa di sapere chi ha indicato, e in base a quali meriti, i vari Malinconico, Zoppini, Patroni Griffi, Milone, Ciaccia, Catricalà, Mazzamuto, Cecchi, per citare solo i più chiacchierati.

Ma, almeno nelle istituzioni che richiedono “notoria indipendenza” come il Cda Rai e le authority, si poteva sperare in un gesto minimo di discontinuità. Sappiamo bene che le leggi, in Italia, sono fatte per essere violate e aggirate. Ma sappiamo anche che, se non sono costretti da una legge, i partiti non arretreranno mai di un millimetro dai privilegi abusivamente conquistati. Quindi la buttiamo lì: professor Monti, perché non presenta un decreto Libera-Italia che regolamenti le nomine negli enti pubblici? Non c’è bisogno di tante parole: basta prevedere che, per ogni posto dirigenziale nel settore pubblico, le nomine vanno fatte con bando di gara internazionale dove i concorrenti devono presentare il curriculum, da pubblicare su un apposito sito web consultabile da tutti. Dopodiché, lo sappiamo, i partiti nei loro vari travestimenti riusciranno a metter becco nelle scelte. Ma con un limite non da poco: gli esclusi potranno ricorrere entro 20 giorni contro le nomine davanti al Tar, che potrà bloccarle se non avranno rispettato i requisiti di competenza e (là dov’è prevista) indipendenza.

Così anche le conferme o le revoche di ogni nomina sarebbero sottoposte al controllo dei cittadini, unici veri padroni di ciò che è pubblico. Se, come ha pomposamente annunciato, Monti vuol davvero “cambiare gli italiani”, dovrebbe cominciare a disarmare i partiti, che nel Paese contano sempre meno, ma nel Palazzo e nelle sue infinite propaggini (fondazioni bancarie, ospedali, enti pubblici, società miste e municipalizzate, università, istituti culturali, tv, cinema, fiction ecc.) seguitano a spadroneggiare come fossero ancora vivi. Non per nulla la gerontocrazia politica, avendo mani in pasta dappertutto, continua a perpetuare una classe dirigente decrepita in cui chi ha meno di 60 anni non esiste. Il tempo, di qui al “ritorno della politica” alle prossime elezioni, è pochissimo. Se Monti non vuole passare alla storia come l’ultimo fallimento della sua generazione, dovrebbe usare quel che resta del suo potere per una legge che tolga ai partiti l’unica stampella che ancora li tiene in piedi: l’esclusiva sulle nomine. E, se poi dovesse cadere sul decreto Libera-Italia, sarebbe comunque una bella morte. Molto meglio della fine che lui stesso dice di voler evitare: il tirare a campare. Ps. Chi condivide il nostro appello può firmarlo qui sotto