C’erano una volta, e senza forse ci sono ancora, le parole vuote della politica. Cui recentemente si sono aggiunte quelle urticanti: sacrifici o, per altri versi, spending review. Le abbiamo passate in rassegna con Stefano Bartezzaghi, docente di Teorie della creatività allo Iulm, scrittore e giornalista nonché titolare della rubrica ‘Lessico e nuvole’ su Repubblica.

Lasciamo perdere etica, per pudore. Partiamo da libertà. “Un vocabolo di cui si è fatto scempio” spiega Bartezzaghi. “E non solo per la ‘Casa delle libertà’. Anche per la libertà scolastica che di fatto vuol dire soldi alle scuole cattoliche”. Cult degli ultimi mesi: rimborsi elettorali. “Tipico caso di elusione non fiscale ma semantica: a causa del referendum non si può più chiamarlo finanziamento ai partiti. Però è un escamotage prima giuridico che lessicale. Basta vedere come funzionano questi rimborsi per scoprire che la parola è usata in modo distorto: vengono elargiti molti più soldi di quanto non siano stati spesi in campagna elettorale”.

Sacrifici: la gente non è solo arrabbiata perché è un termine che s’infila nel portafoglio, ma perché la politica non ha applicato a se stessa il medesimo rigore. “C’è molto di cattolico – più in generale, il riferimento al sacro – in questa parola che colpisce molto nel profondo. Sai se uno dice ‘paga un po’ di più la benzina perché così salviamo l’Italia’, si risveglia in noi la buona volontà . Finora ha abbastanza funzionato”.
Però, però: i risultati delle amministrative ci dicono che la parola sacrificio comincia a scricchiolare. “Ci sono molti indicatori di consenso che vanno verso il basso: penso al governo ma anche ai parlamentari, persone che hanno fatto errori, perpetrato inganni e che notoriamente non sono state scelte dai cittadini vista la legge elettorale che ci ritroviamo”. Le ribellioni contro Equitalia arrivano non a caso in un momento in cui l’equità sociale non guida l’azione di governo. “Non voglio sottovalutare l’irritazione che dà il nome Equitalia. Io amo i giochi con le parole e vorrei che fossero fatti nei giusti contesti: questo è particolarmente beffardo. Equitalia è la faccia dello Stato che all’improvviso diventa inflessibile. Ce la si prende con Equitalia come con il vigile che dà una multa. Ma qui, più che il livello simbolico c’è il livello reale: a un certo punto arriva l’ufficiale giudiziario. Per quanto a me sul piano simbolico dia anche fastidio che si appelli a un valore, l’equità, che dovrebbe essere un punto fermo e invece non lo è. Il vero problema oggi è proprio la mancanza di equità”.

Non può mancare, nella piccola bottega degli orrori-errori, un evergreen: riforme istituzionali. “Sono diventato vecchio sentendo parlare di riforme istituzionali. È un altro dei fotogrammi che ritraggono l’impotenza di una politica che non riesce a ottemperare ai propri doveri. Mi è successo di studiare i lavori della Costituente da un punto di vista linguistico: erano persone distanti per ideologia eppure in un anno hanno dato vita allo Stato. Oggi c’è sia incompetenza che mancanza di volontà. Le riforme non le fanno perché non conviene, l’accordo non porta consenso: alla fine eludono un dovere. Ed è come se uno prendesse lo stipendio per non lavorare”.

Sono spuntate poi espressioni come spending review, non immediatamente comprensibili che sembrano un diversivo. “Un rifugio, più che altro. Ogni volta che succede una catastrofe naturale, saltano fuori parole nuove. Tipo ‘tsunami’. Di fronte a un problema vecchio, il tecnicismo nuovonon ti fa dire ‘ecco, ci risiamo’. Scovare un tecnicismo conviene: il pubblico deve sapere poco e saper collegare poco. È un modo per spezzettare la memoria sociale”.

Infatti è proprio questa condizione del non capire che genera il famoso scollamento tra i cittadini e la politica. Prima o poi arriverà un redde rationem? “Bè, redde rationem è più o meno la spending review detta in latino, il rendiconto. Io spero che il redde rationem sia già questo che è in atto. Non è che ci possa essere qualcosa di molto peggio di queste enormi incertezze, della povertà, della disoccupazione”. Tristemente ultima, la prima per attualità: crisi, che in greco vuol dire anche decisione. “Sento parlare di crisi da quando ci ho fatto caso, a 15 anni”, conclude Bartezzaghi. “Ma è una parola – bellissima – con cui non abbiamo fatto i conti mai, abbiamo solo elaborato scongiuri di scarsissima efficacia. L’idea della scelta, della separazione ha un suo antidoto: la critica. Eppure non c’è nulla che sia più in crisi, in Italia, della funzione critica”.

Il Fatto Quotidiano, 18 Maggio 2012