Un’odissea. Di cui non si intravede ancora la conclusione. E dove tutti si dicono pronti al governo di unità nazionale, ma poi nessuno lo fa. Alexis Tsipras, leader del partito del Syriza incaricato dal Presidente della Repubblica ellenica di formare il governo, ha deciso di rinunciare dopo aver registrato anche il “no” da parte del leader del partito conservatore di Nea Demokratia Antonis Samaras. Altra incertezza dunque sotto la calura dell’Acropoli e nelle stesse ore in cui si apprende che lo spread ritorna sopra i 400 punti e più di un governo dell’Eurozona, come rilevato dal Wall Street Journal, avrebbe sollevato preoccupazioni sull’opportunità di rendere disponibile la prossima tranche di aiuti alla Grecia da 5,2 miliardi. Tanto che a sera il Fondo ha diffuso un comunicato per assicurare che 4,2 miliardi saranno erogati domani e un miliardo resterà disponibile per eventuali esigenze. 

Denari utili a rifinanziare 3,3 miliardi di titoli di Stato in scadenza il 18 maggio. Oltre che per poter pagare gli stipendi pubblici a giugno. La patata bollente, come qui in Grecia hanno già ribattezzato l’esito di queste elezioni eccezionali, passerà nuovamente nelle mani di Karolos Papoulias che sonderà il terzo classificato. Quell’Evangelos Venizelos che non pare abbia le carte in regola per trovare una soluzione. A meno che le due forze “maggioritarie”, Nea Dimokratia e Pasok, decidano di fare squadra per il bene del paese con Syriza. Anche se fino a questo momento sembra quasi che intendano non offrire al giovane Tsipras (e alla Grecia) una ciambella di salvataggio.

In caso contrario, due le ipotesi sul tavolo: o fra tre giorni il socialista Venizelos si inventa qualcosa, o il 17 giugno si va alle urne, la soluzione al momento più probabile. Con una possibile sorpresa in termini di coalizione. Da alcune indiscrezioni pare che più di un leader politico non solo greco (anche europeo) caldeggerebbe un’unione delle forze politiche di centrodestra, al fine di formare una sorta di federazione pronta alle urne il prossimo 17 giugno. Così da arrivare all’appuntamento elettorale senza l’attuale balcanizzazione. A fare da “padre putatitvo”, in un ruolo alla Prodi (ma dall’altro versante della barricata) l’ex premier Kostas Karamanlis, nome gradito a Berlino.

Che potrebbe fare da collante anche per far rientrare i soggetti fuoriusciti da Nea Dimokratia: ovvero gli indipendenti di Kammenos, la coriacea Dora Bakoyannis (che proprio con l’attuale leader Samaras ha perso le primarie) e il Laos di Iorgos Karazaferris. Un fronte di centrodestra pro euro per evitare la frammentazione politica. Sempre che i cittadini intendano dar loro un’altra possibilità. Dopo l’incontro con Tsipras (che ha chiesto di essere ricevuto dal neopresidente francese François Hollande), Venizelos ha detto che la miglior soluzione per la Grecia sarebbe un esecutivo di unità nazionale per la permanenza nell’euro. Da irresponsabili, però, non passare ai fatti dopo un’analisi su cui tutto il mondo converge.

Altro dato su cui riflettere è il voto di protesta: perché scandalizzarsene? In fondo il popolo per farsi sentire ha solo uno strumento: il segno sulla scheda elettorale. Di più non può fare. La balcanizzazione alle elezioni greche e l’astensione giunta al record del 40% vuol dire solo una cosa: netta condanna verso chi ha governato ininterrottamente per 30 anni, producendo lo status quo, i 250 suicidi dall’inizio della crisi e un’infrastruttura socio-amministrativa con un elevatissimo tasso di corruzione, a tutti i livelli.

E con una serie di sprechi (veri) della politica e di anomalie su cui intervenire: si pensi che gli ex premier restano deputati a vita, che il presidente della repubblica ha uno stipendio che si aggira sui 300mila euro, che alcune banche di credito cooperativo sono state chiuse, con dipendenti mandati a casa senza un minuto di preavviso e senza un apparente motivo (forse per favorire gli istituti maggiori?) e che (notizia recente) a un cittadino greco che in Olanda ha tentato di prelevare del contante da uno sportello per strada, il bancomat gli ha “rigettato” fuori la carta senza dargli un solo euro. Macabra metafora dell’Unione che “scarica” l’Ellade?

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