Settimana derby. Stasera in Inghilterra, i due Manchester si giocano la Premier League. Domenica a San Siro, le ultime (forse) speranze scudetto del Milan sui desiderata di (preliminari) Champions League dell’Inter. Rivalità calcistiche, biblicamente Caino e Abele, “mescolanza di sensazioni – scrive Vincenzo Paliotto nell’E-book ‘Football Rivalries’ (Urbone Publishing) – momenti di calcio, di passione sportiva e folklore, spettacolo inarrivabile con contorni e vicende tutte da raccontare e da rivivere nei loro episodi”.

Tra i derby d’Europa, un aneddoto inquietante aleggia sulla sfida capitolina. Anno Domini 1983, spy story vaticana, tra trame internazionali, schegge di calcio e servizi segreti deviati. E’ la Roma di Paulo Roberto Falcao, la Lazio di Bruno Giordano, neocampioni d’Italia contro neopromossi in Serie A. Nel nulla, nella città eterna, sparisce Emanuela Orlandi, 15 anni 29 anni fa. Uccisa, rapita, pedina di scambio per liberare l’attentatore di Papa Giovanni Paolo II. Mistero, ombre, reticenze e omertà. Nessuno l’ha ancora capito. “Trent’anni, in Italia, si danno a chi ha commesso il più efferato dei delitti, è il massimo della pena – scrive Pietro Orlandi nel libro shock ‘Mia sorella Emanuela di Fabrizio Peronaci (EdizioniAnordest) – Io alla scadenza dei trent’anni senza giustizia, non ci voglio arrivare”. Perché perdere un familiare in questo modo, pesa più di una condanna all’ergastolo.

Per smuovere l’inchiesta, fugando l’oblio, Pietro racconta i dettagli di un’inedita prova. E’ ‘la pista di Bolzano’, la conferma della sorella in vita subito dopo il rapimento. Succede che Emanuela è tifosissima della Roma. E che la mamma, prima della scomparsa, gli intreccia due nastrini di colore giallo e rosso per farne una fascetta, da collo e capelli. Accade questo. “Il 15 Agosto 1983 presso la casa di campagna in cui abito – dichiarò una supertestimone altoatesina di Terlano – si fermò una macchina targata Roma. Scesero un uomo e una ragazza. Indossava un paio di jeans, una camicetta e un girocollo in materiale metallico dai colori sbiaditi”. Per padre Federico Lombardi, portavoce di Papa Ratzinger, l’indizio del girocollo romanista è ‘eccessivo’ per provare l’esistenza di Emanuela, mentre per l’intramontabile Pietro si tratta di un ‘elemento decisivo’ ai fini investigativi. Dice: “Se dopo tanti anni non si è chiarito il mistero è perché non c’è mai stata la volontà di far conoscere la verità”.

Beffe, depistaggi, intrecci criminali. L’arroganza di poteri occulti su una ragazzina priva di libertà. E sullo sfondo, il derby preda di sciacalli e mitomani. Lancio Ansa nella settimana di Lazio-Roma, 17 Ottobre 1983, ore 20:26. “Nell’ultima parte della lettera l’autore fa cenno al calciatore della Lazio Arcadio Spinozzi, che avrebbe conosciuto sia Emanuela che Aliz e che saprebbe molte cose riguardo la vicenda”. Aliz, una sorta di anagramma orientalizzato, stava per Lazio, la squadra di Giordano, la cui ex moglie era l’amante di Enrico De Pedis, boss della Banda della Magliana, ancora oggi sepolto (chissà ancora per quanto) nella Basilica di Sant’Apollinare, dove Emanuela svanì. La lettera del derby? Una rivendicazione del fantomatico Fronte Turkesh. Una bufala, l’ennesima, che costerà – come riporta Spinozzi, difensore arcigno e uomo leale, nel suo ‘Una vita da Lazio’ (Castelvecchi Editore) – la condanna a cinque mesi di reclusione per direttore, vicedirettore e redattrice della più grande agenzia di stampa italiana per “mancato accertamento della verità delle informazioni contenute nella notizia e per l’insussistenza, in essa, dell’interesse pubblico alla conoscenza del fatto”.

Bugie e verità, vita e morte. Derby o non derby, il caso Orlandi è una cosa molto seria. E una risposta sulla scomparsa di Emanuela, oltre alla famiglia, qualcuno prima o poi dovrà darla anche a noi.

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