Da cinque giorni è al lavoro la commissione cardinalizia incaricata di indagare sui “Vatileaks”, la fuga di notizie che nei mesi scorsi – grazie ai documenti diffusi in massima parte dal Fatto – ha permesso di portare alla luce la questione della corruzione negli appalti in Vaticano, gli ostacoli alla trasparenza dello Ior, il tentativo del cardinale Bertone di decidere chi mettere nella stanza dei bottoni dell’Università Cattolica e del Policlinico Gemelli, il misterioso memorandum sulle minacce di morte a Benedetto XVI. La guida l’82enne cardinale opusdeino Juliano Herranz, grande elettore di Benedetto XVI al conclave del 2005 (nella sua villa di Grottaferrata si tenevano le riunioni del gruppo pro-ratzingeriano), già segretario personale di Escrivà de Balaguer, ex presidente del Consiglio pontificio per i Testi legislativi ed ex responsabile della commissione disciplinare della Curia. Un uomo di ferro. Ma la cosa curiosa è che la commissione cardinalizia (di cui fanno parte anche i cardinali Tomko e De Giorgi) ha il mandato di perseguire i monsignori che hanno passato alla stampa i documenti, invece di cercare di scoprire i ladri.

Rivolgendosi al Papa e al Segretario di Stato Bertone, mons. Carlo Maria Viganò (ex segretario del Governatorato, frettolosamente trasferito a Washington come nunzio l’anno scorso) ha posto questioni molto precise. Nella sua lettera a Bertone dell’8 maggio 2011 ha denunciato “sprechi e spese” che andavano contenuti, un furto avvenuto nelle ville pontificie che era stato taciuto sia alla Gendarmeria vaticana che alle autorità del Governatorato, “assunzioni arbitrarie a fini personali” nei Musei vaticani. Personalmente a Benedetto XVI mons. Viganò ha denunciato il 4 aprile 2011 la discutibile gestione finanziaria dei fondi dello Stato Città del Vaticano e la situazione allarmante della Direzione dei servizi tecnici (dello stato pontificio) “compromessa da evidenti situazioni di corruzione: i lavori affidati sempre alle stesse ditte, a costi almeno doppi di quelli praticati fuori del Vaticano”. Tanto per fare un esempio eclatante – che nessuno in Segreteria di Stato ha mai tentato di smentire – Viganò citava le spese assurde del presepe natalizio. “Il presepe di piazza S. Pietro del 2009 era costato 550 mila euro, quello del 2010 300 mila euro”. Una prova eclatante di ruberie, impossibili senza singolari distrazioni curiali. Di questo dovrebbe occuparsi la commissione cardinalizia, se volesse rassicurare l’opinione pubblica e la massa dei fedeli interessati a una gestione vaticana dei soldi in maniera assolutamente trasparente.

Nel Palazzo apostolico replicano che il 4 febbraio 2012 la presidenza del Governatorato dello Stato Città del Vaticano ha reso noto un lungo comunicato per “dichiarare pubblicamente che le dette asserzioni (contenute nelle lettere di Viganò, ndr) sono frutto di valutazioni erronee o si basano su timori non suffragati da prove, anzi apertamente contraddetti dalle principali personalità invocate come testimoni”. Curioso documento, da cui risulta praticamente che Benedetto XVI avrebbe inviato come ambasciatore nella capitale della massima potenza mondiale un mitomane calunniatore, che diffonde accuse “non suffragate da prove”.

Già all’epoc i diplomatici accreditati in Vaticano erano rimasti stupiti per un comunicato, pubblicato pochi giorni dopo che il portavoce papale Lombardi aveva sottolineato che l’invio di Viganò a Washington era “prova di indubitabile stima e fiducia da parte del Papa”. Ma soprattutto il comunicato vaticano sulla presunta infondatezza delle denunce di corruzione e malversazione, prodotte da Viganò, è stato redatto senza un confronto trasparente sui singoli episodi. Troppo facile prendersela con le “bocche della verità”. Chi ha consigliato il pontefice a istituire una commissione limitata alla fuga di notizie, deve avere trascurato che un’indagine una volta iniziata è un meccanismo incontrollabile. Perché a spalare, vengono spesso fuori le verità più scomode.