La nutella non fa bene alla salute. In altre parole non è un alimento che il medico o il dietologo vi consiglierebbero per correggere i vostri errori a tavola e i danni di peso conseguenti. Bella scoperta, viene da dire. Nessuno la consumerebbe per dimagrire o per una dieta. Ma la questione non è così banale se la Ferrero, il colosso di Alba che la produce, ha appena chiuso una class action negli Stati Uniti davanti ai tribunali di Trenton nel New Yersey e San Diego in California, impegnandosi a pagare un totale di 3 milioni di dollari ai consumatori americani che avranno i requisiti per insinuarsi nella causa. 

Tutto nasce dalla denuncia di inizio 2011 da parte di una consumatrice americana, Athena Hohenberg, madre di un bambino di quattro anni rimasta “choccata dal sapere che la nutella non fosse un cibo salutistico e nutriente, ma piuttosto la cosa più vicina a una barretta di cioccolato”, come ha scritto nel ricorso presentato in tribunale. Tutto il contrario dei messaggi pubblicitari veicolati in televisione, pieni di mamme rassicurate e rassicuranti nel preparare una colazione o una merenda “sane” a base di nutella. Il tutto in un Paese dove l’obesità infantile non è certamente da sottovalutare e dove da troppo tempo ormai si fanno i conti con la spesa sanitaria per le malattie legate alla ciccia sovrabbondante.

Dopo un anno abbondante di causa arriva la decisione di Ferrero di chiudere la partita accettando di pagare la somma totale di 3 milioni di dollari, ovvero 4 dollari per ogni barattolo di crema spalmabile acquistato a partire dal gennaio 2008 (o agosto 2009 in California) fino al 2012, per un massimo di 20 dollari a ogni famiglia che possa dimostrarlo.

Poco, si dirà, anche nel totale se si pensa che il marchio nutella varrebbe (non ci sono cifre ufficiali) più di un miliardo di euro di vendite nel mondo, secondo le stime. Il più globale tra i marchi italiani del largo consumo, creato nel 1964, è ancora un grande classico. Ma il profilo più interessante dell’accordo risiede nelle modifiche che la Ferrero si è impegnata a produrre nell’etichetta del prodotto, nelle pubblicità che saranno rinnovate, nel sito internet. In altri termini in tutti gli aspetti promozionali e di marketing.

E in Italia cosa succede? Non molto in verità. Il Sole 24 Ore del 26 aprile riportava la decisione della Ferrero di aggiungere la dicitura “latte scremato” nell’etichetta del prodotto al posto di un bicchiere di latte. Un cambiamento giunto dopo un’esposto del sito Newsfood all’Antitrust del settembre 2011 che evidenziava come il latte utilizzato fosse in polvere, e non l’abbondante cascata che spesso si vedeva in televisione. Per il resto null’altro, con gli spot che sono assolutamente sulla falsariga di quelli oggetto di rivendicazione negli Stati Uniti.

Ma il problema resta e Ferrero ne è consapevole, dato che nel 2010 fece una levata di scudi contro la decisione del Parlamento europeo di vietare i messaggi pubblicitari salutistici per tutti i prodotti che abbiano più di 10 grammi di grassi per cento di prodotto o 4 grammi di zucchero o 2 di sodio. E la crema di Alba cadrebbe ampiamente in questo recinto, grazie al forte contenuto di zuccheri e olio di palma. In quell’occasione l’ex ambasciatore e vicepresidente della holding lussemburghese Ferrero International Francesco Paolo Fulci lanciò un allarme sul futuro della nutella e di tanti altri prodotti simili perché rischierebbero di diventare “fuori legge”, sottolineando che questo modo di procedere metterebbe “in ginocchio l’intera industria dolciaria, e per questo dobbiamo continuare la nostra battaglia di libertà per il consumatore”. Parole apologetiche per un provvedimento di buon senso che si perse poi nei corridoi di Strasburgo, e chissà mai se diventerà prescrizione normativa.

Ma Palazzo Chigi rilancia, col progetto di introdurre una tassa sul junk food come quella già sperimentata in Francia. Le prime due categorie ad essere colpite, se il provvedimento dovesse diventare legge, saranno però i superalcolici e i soft drink, ovvero tutte quelle bevande come le cole, le aranciate e simili. Per gli snack, patatine fritte, merendine e, ovviamente, creme spalmabili, due anni di tempo per dare modo di modificare la formulazione e capire meglio se e come agire. Ma tra un anno questo governo non sarà più in carica, e chissà se questo progetto prenderà corpo.

di Aldo Galeone