“I salari minimi svolgono un ruolo importante nella lotta alla povertà e alle ineguaglianze”. A dirlo è la portavoce del Commissario Ue all’Occupazione Lazslo Andor. Parole piene di speranza dette in un momento non causale: alla vigilia della presentazione della strategia Ue “Verso un crescita ricca di lavoro” di fronte a tutto il Parlamento europeo riunito in plenaria a Strasburgo. “Questa non è solo una questione che riguarda l’economia, ma anche la giustizia sociale”, ha aggiunto la portavoce. Peccato che per passare dalle parole ai fatti serve l’intervento delle cancellerie dei paesi membri.

“La Commissione può solo sottolineare l’importanza del ruolo che il salario minimo può svolgere”, ha proseguito la portavoce, commentando che ”spetta ai governi nazionali decidere un salario minimo adeguato alle proprie economie”. Il che, in tempo di crisi, tagli e misure di austerity varie, si traduce in un bel “aspetta e spera”. “Noi ci rendiamo conto che tra i vari Paesi ci sono differenze ed è per questo che non cercheremo di imporre nessun modello unico”.

Tant’è che ognuno a casa propria continua a fare come può, o meglio come vuole. E in Italia questo vuol dire niente reddito minimo. Contrariamente alla stragrande maggioranza dei Paesi Ue che prevedono una soglia minima di retribuzione (spesso anche sopra ai 1000 euro, come in Belgio e Francia), in Italia il tutto è affidato ai singoli settori produttivi, ma di vincolante non c’è niente. Lo sa bene il network di San Precario, che a inizio marzo ha scritto direttamente al premier Monti per avanzare tre rivendicazioni nel contesto della riforma del lavoro targata Elsa Fornero: reddito di base incondizionato, riduzione delle tipologie contrattuali, e, appunto, salario minimo, un’utopia per i tanti italiani che portano a casa meno dei fatidici 1000 euro.

Certo che se l’impulso venisse da Bruxelles sarebbe un altro paio di maniche. A dire il vero la grande occasione c’è stata nell’ottobre 2010, quando all’Europarlamento si votò la richiesta di una Direttiva comunitaria sui redditi minimi in tutti i 27 Paesi Ue. La proposta non passò a causa del voto contrario dei Popolari (gruppo di centro destra) che si opposero con fermezza all’iniziativa di socialisti, verdi e sinistre. Un grosso piacere a tutti quei datori di lavoro che un minimo ai propri dipendenti non lo volevano proprio assicurare.

Oggi la questione torna sui banchi di Strasburgo per iniziativa della Commissione stessa, che non a caso inserisce il reddito minimo all’interno delle misure “consigliate” della nuova strategia di rilancio dell’economia europea. L’obiettivo è ambizioso: creare 20 milioni di posti di lavoro in Europa da qui al 2020. Con questa comunicazione, la Commissione chiede agli Stati membri di fare la propria parte fissando o potenziando anche alcune reti di protezione tra cui proprio il salario minimo. E poi ancora, per completezza, proteggere il dialogo sociale e i sussidi per facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro alle fasce più deboli, giovani, donne e disoccupati di lungo corso.

La parola ora passa ai governi nazionali. In Francia il candidato della sinistra Jean-Luc Mélenchon ha promesso, se eletto, di portare il già cospicuo salario minimo francese a 1700 euro.