Polizia in attesa degli attivisti nell'aeroporto di Tel Aviv

Imbarco negato, volo proibito. Sette attivisti italiani del gruppo internazionale ‘Welcome to Palestine’ – noto anche come Flytilla – stamattina si sono visti negare da Alitalia il check in per il volo diretto a Tel Aviv. Il divieto di volo è arrivato “su direttiva dello Stato di Israele”. Gli attivisti nel pomeriggio dovevano atterrare allo scalo internazionale della città israeliana, al pari di altri ‘colleghi’ provenienti da diverse città dell’Europa e della Turchia. Ai componenti della delegazione italiana – tra cui c’è anche il vignettista Vauro Senesi – è stata consegnata una notifica in cui si legge che il divieto di volare a Tel Aviv è dovuto ad una “direttiva dell’Autorità per l’immigrazione e la frontiera dello Stato di Israele secondo la legge del 1952 che disciplina l’ingresso sul territorio di Israele”.

Secondo quanto annunciato nei giorni scorsi dal gruppo ‘Welcome to Palestine‘, questo pomeriggio allo scalo di Tel Aviv era atteso l’arrivo di circa 1.500 attivisti europei, australiani e nordamericani che dall’aeroporto si sarebbero dovuti dirigere a Betlemme per alcuni progetti educativi a favore dei palestinesi. Ma, già nei giorni scorsi, era giunta notizia della richiesta formulata da Israele a diverse compagnie aeree europee di vietare l’imbarco agli attivisti identificati. Ferma la protesta degli attivisti italiani che hanno a lungo chiesto i motivi di un divieto formulato “sulla sola base del sospetto di una simpatia per i palestinesi”. Secondo Fabio Marcelli, dell’associazione Giuristi Democratici la direttiva israeliana dimostra “il prevalere della paura, tra le autorità israeliane, rispetto a manifestazioni a favore della Palestina che porta a queste misure repressive”.

Tra le contestazioni sollevate dagli attivisti filo-palestinesi anche il fatto che la notifica non porta alcuna firma di funzionari dello Stato di Israele e che la stesura di una “black list a priori viola la libertà di circolazione di comuni cittadini italiani”. Già lo scorso anno, in occasione della medesima iniziativa internazionale organizzata da ong e associazioni filo-palestinesi di tutta Europa, la delegazione italiana fu in larga parte bloccata allo scalo di Fiumicino.

Nel frattempo, nell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv la polizia israeliana ha elevato lo stato di allerta in attesa dell’inizio della operazione ‘Benvenuti in Palestina’, organizzata da diverse organizzazioni filo-palestinesi per denunciare la occupazione nei Territori e le limitazioni di transito imposte a palestinesi e non dalle autorità israeliane. Oltre seicento agenti, per lo più in borghese, sono stati dislocati nella zona del terminal per intercettare i militanti della spedizione ‘Flytilla’ in arrivo da diverse capitali straniere, in vista di una loro immediata espulsione.

Secondo i mezzi di comunicazione, Israele ha già esercitato pressioni su diverse compagnie aeree affinché si rifiutino di far salire a bordo dei loro aerei numerosi attivisti già distintisi in passato in manifestazioni anti-israeliane. Ciò nonostante i responsabili alla sicurezza prevedono che un certo numero di dimostranti filo-palestinesi riusciranno egualmente a raggiungere Tel Aviv a bordo di una decina di voli diversi (da Ginevra, infatti, sono riusciti a partire, mentre sono stati bloccati a Parigi). A sentire radio Gerusalemme, del resto, finora nove persone sono state fermate per accertamenti. Tre di esse hanno avuto sul posto mandati di espulsione mentre cinque sono state ammesse in Israele. Il nono attivista risulta essere ancora sotto inchiesta. Gli attivisti hanno assicurato da parte loro di non aver alcuna intenzione di disturbare l’ordine pubblico. “Giungiamo armati solo dei nostri spazzolini da denti” ha assicurato uno dei loro esponenti.

Da par loro, con una ironica lettera di ‘Benvenuto’, le autorità israeliane solleciteranno gli attivisti filo-palestinesi in arrivo oggi a Tel Aviv nel contesto del ‘Flotyilla Day‘ a dedicare le loro energie a cause umanitarie a loro parere più urgenti: in Siria, Iran e Gaza. Nel messaggio – indirizzato al ‘Caro attivista’ – si afferma che quanti lottano per la difesa diritti umani potrebbero scegliere piuttosto di protestare “contro le stragi quotidiane perpetrate dal regime siriano nei confronti del suo stesso popolo… o contro la repressione violenta messa in atto dal regime iraniano verso i suoi oppositori… o contro il regime di Hamas a Gaza che si macchia due volte di crimini di guerra quando spara contro civili (israeliani) facendosi scudo di altri civili (palestinesi)”.

Nel messaggio viene poi espresso stupore che come obiettivo della protesta sia stato scelto invece Israele, “unica democrazia del Medio-Oriente, dove le donne beneficiano di eguali diritti, dove la stampa è libera di criticare il governo, dove le organizzazioni umanitarie sono libere di agire, dove viene garantita libertà di culto e dove le minoranze non vivono nella paura”. Le autorità israeliane consigliano dunque a questi attivisti di “risolvere prima i veri problemi” della Regione e quindi di tornare in Israele per riferire della loro esperienza.