Dimissioni irrevocabili. Con un ‘no’ pronunciato sul tavolo del Consiglio federale, Umberto Bossi lascia la guida della Lega Nord dopo aver condotto la ‘Padania’ per oltre 20 anni sul campo di battaglia della politica, sotto le insegne del federalismo.

Classe 1941, l’Alberto da Giussano dei giorni nostri per il ‘popolo padano’, è in politica da 30 anni, con il chiodo fisso del federalismo: 4 lustri tra aule parlamentari, stanze del governo, comizi sul pratone di Pontida e ampolle con l’acqua del sacro fiume Po. Prima di incrociare la propria strada con la politica, il Senatur, che aveva lasciato la scuola per aiutare la famiglia, trova un impiego all’Aci di Varese, poi ottiene il diploma di perito elettronico alla scuola per corrispondenza ‘Radio Elettra’, lavora come operaio, perito tecnico e informatico.

Nel 1961 tenta la strada del successo musicale partecipando col nome d’arte di Donato al Festival di Castrocaro, per poi incidere due ’45 girì: ‘Ebbrò e ‘Sconfortò. La musica, però, non è nel suo destino. Il primo contatto con la politica avviene sotto le rosse insegne di falce e martello, nel lontano 1975, quando l’uomo che sarà il futuro leader leghista e ministro delle Riforme partecipa un’iniziativa di solidarietà del Pci di Verghera, una frazione di Samarate, in provincia di Varese; per una raccolta di fondi a sostegno dei dissidenti del regime che Augusto Pinochet aveva instaurato in Cile. L’impatto con le teorie autonomiste e federaliste avviene quattro anni dopo, quando Bossi incontra all’Università di Pavia il leader dell’Union Valdotaine Bruno Salvadori. Nel 1980 Bossi fonda un gruppo che chiama ‘Unione nord occidentale lombarda per l’Autonomia’.

Nel 1982 Bossi fonda la Lega autonomista lombarda, di cui viene eletto segretario nazionale, insieme a Roberto Maroni, con il quale percorrerà un lunghissimo tratto di strada in un sodalizio che ancora regge (tra alti e bassi e con qualche incrinatura negli ultimi tempi). Alle politiche del 1987 Bossi viene eletto per la prima volta senatore. Nasce la ‘leggenda’ del Senatur e comincia la guerra a ‘Roma ladrona’, uno dei tanti epiteti che Bossi e i suoi riserveranno alla Capitale e al centralismo, odiato nemico da sconfiggere con l’arma del federalismo. La figura di Bossi acquista sempre più spazio nelle cronache politiche. Non solo per le idee che la Lega porta con sè nel confronto politico, ma proprio per l’anomalia rispetto alla politica in doppiopetto, più compassata, della prima Repubblica: il ‘condottiero padano’ è l’uomo politico che indossa la canottiera d’estate (persino a Villa Certosa da Berlusconi) e non si preoccupa di farsi fotografare abbigliato “come uno del popolo”.

E come uno del popolo preferisce piatti semplici: passa alla storia, una cena a base di sardine con Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione per preparare il ‘piatto’ del ribaltone del ’94. Bossi è quello del “la Lega ce l’ha duro”, sparato ad un comizio sul pratone di Pontida davanti alle camicie verdi padane in estasi; è quello di “Roma ladrona”, del Tricolore “che ci si può pulire il c…”; del Va pensiero verdiano al posto dell’inno di Mameli; delle pernacchie e del dito medio mostrato con piglio agli avversari politici. Nel 1992, anno terribilis per la politica della prima Repubblica, caduta sotto i colpi di Tangentopoli, Bossi viene rieletto, questa volta alla Camera, con un cospicuo bottino di preferenze, quasi 241mila.

Il 1993 è l’anno di Tangentopoli e del cappio fatto oscillare in aula alla Camera dal leghista Luca Leoni Orsenigo contro i corrotti della politica, un gesto ‘figlio’ del celodurismo di Bossi, anche se neppure il leader leghista riuscirà a sottrarsi ad una sentenza di condanna per una tangente nell’inchiesta Enimont. Il 1994 è l’anno dell’alleanza con Forza italia. Un’alleanza con cui il centrodestra vince le elezioni, ma che dura poco perchè il ‘regalo di Natale’ del Senatur a Berlusconi, il 22 dicembre dello stesso anno, è un ribaltone che manda a casa il neonato Polo delle Libertà.

Nel 1996 primi squilli di tromba per il progetto secessionista della Lega. E’ l’anno della prima cerimonia dell’ampolla, con l’acqua del ‘sacro fiume Po’ in viaggio dalla sorgente alla foce, accompagnata dalle camicie verdi leghiste. Nel 2001 nasce la Casa delle Libertà, che vince le politiche. Bossi varca la soglia di palazzo Chigi come ministro per le Riforme istituzionali e la devoluzione, imprimendo slancio alle idee federaliste, bandiera del Carroccio. Nel 2004 il leader leghista viene colpito da un ictus. La riabilitazione lo costringe ad una lunga degenza. La malattia non gli impedisce però di candidarsi alle europee ed essere eletto. Nel 2006 il Senatur rilancia l’idea secessionista, con la nascita del ‘Parlamento del Nord’, antesignano dei ‘ministeri al Nord’voluti dal Carroccio qualche mese fa. Il resto è storia più o meno recente, con un Bossi sempre più ago della bilancia nei rapporti interni al centrodestra, mai completamente a proprio agio con gli alleati dell’Udc e di Alleanza nazionale. La nascita del Pdl, di cui l’Udc non farà parte e dal quale Fini uscirà dopo molti attriti con il Cavaliere, aumenta il peso ‘contrattuale’ della Lega all’interno della maggioranza. A fare e disfare equilibri politici tra il Carroccio e gli alleati, manco a dirlo, è sempre e solo lui, il Senatur. Che sceglie però la strada dell’opposizione quando a salire sui banchi del governo è Mario Monti insieme alla sua squadra di tecnici.